Il Risorgimento delle donne

“Non so se sono figlia di Napoleone III o del principe Poniatowski, discendente del re di Polonia, o  di un altissimo prelato vaticano o…” A leggere l’inizio della sua autobiografia (mai completata), dal sobrio titolo La più bella donna del secolo,  verrebbe da pensare che l’autrice sia una mitomane. Eppure la madre di Virginia Oldoini, passata alla storia come la contessa di Castiglione, in gioventù frequentò davvero Luigi Napoleone quando non era imperatore ma un carbonaro esiliato a Firenze, così come conobbe sia il futuro segretario di Stato giacomo Antonelli sia Giuseppe Poniatowski, che dopo essere stato cavalier servente e amante della madre lo diverrà della figlia; come del resto accadrà a Napoleone III. Continua a leggere

Annunci

Bianca, Cecilia, Teresa e le altre di Claudia Galimberti (III parte)

L’entusiasmo e il coraggio dimostrati allora dalle donne – che uscivano dal privato delle loro case per mostrarsi in pubblico combattenti, spie, messaggere, ospiti, clandestine, esiliate – non hanno riscontro in altre epoche.
Ma a fronte del loro impegno che cosa ottennero? Poco o nulla come diritti riconosciuti, in cambio di una profusione di lavoro e di denaro per organizzare approvvigionamenti e ospedali. Anima delle cure mediche sono Cristina Trivulzio di Belgioioso, Enrichetta di Lorenzo, Margaret Fuller, Giulia Bovio Paulucci, Giulia Calame, Jessie White Mario, ma anche Antonia Masanello, Rosalie Montmasson, Antonietta De Pace e tutte le altre donne rimaste sconosciute che si sono occupate dei feriti in battaglia, tanto da poter dire che la figura della crocerossina nasce in Italia, prima ancora che in Inghilterra, per opera della Belgioioso.
La caratteristica delle case ospitali trasformate in rifugio per i feriti, in Piemonte, in Lombardia, in Veneto, in Toscana, in Sicilia, era quella di accogliere generosamente focolai di idee e di ricolte, di diventare centro di conversazioni eversive dove si maturavano le future ribellioni allo straniero.
L’idea di base di questi salotti sparsi nella penisola, ovunque fossero, è sempre stata quella di ospitare gli esuli, i fuoriusciti, i patrioti, i carbonari della prima ora, i cospiratori, gli artisti. Si ospitano soprattutto le idee nuove che daranno vita all’unità della nazione. Audaci e innovative, le donne, da padrone di casa ospitali, si trasformano in consapevoli complici dell’avventura che porta all’unificazione d’Italia. E’ molto difficile per la polizia riuscire a controllare i salotti, nei quali si mescolano canti, musica, letture, discussioni. Costanza Trotti Arquati, esule a Bruxelles, assume il patriota Pietro Borsieri nella veste di precettore e lo riceve ancora , tornata a Milano, incurante del pericolo che può correre.
Il salotto di Costanza è solo un esempio di quegli itineranti salotti europei dove le donne italiane  continuano ad alimentare l’interesse per la causa del loro paese.
I salotti di Clara Maffei e di Teresa Confalonieri a Milano, ma anche quelli di Adelaide Plezza e Olimpia Savio a Torino, di Bianca Rebizzo a Genova, di Teresa Arrivabene a Mantova, di Amelia Cavani a Firenze, di Marianna Catterinetti a Verona, insieme a cento altri sparsi per l’Italia, diventano vere e proprie officine. Lì si inventano travestimenti per gli esuli, si aiutano gli emigranti, si raccolgono fondi per la causa, si preparano le cartelle del prestito mazziniano e le fotografie dei patrioti, si custodiscono armi. Nelle accoglienti case delle donne siciliane, prima fra tutte in quella della marchesa Spedalotto, si servono agli ospiti granite di amarena, cedro, pistacchio, a simbolo del tricolore.
Ettore Rota ricorda che in casa di Alba Camozzi, a Genova, nel dicembre del 1858, mentre Garibaldi parlava con Nino Bixio dei prossimi eventi, arrivò Luigi Mercantini con la moglie e il Generale gli chiese di scrivere per i suoi volontari “un inno da cantare andando alla carica”. Una settimana dopo, Anna Mercantini accompagnava al pianoforte la composizione del marito, musicata da Alessio Olivieri: “Si scopron le tombe, si levano i morti” e allora tutti i presenti “uomini e donne cantavano l’inno marciando in ordine intorno al tavolo della grande sala”.
e’ un episodio che dà la misura del clima di puro entusiasmo che caratterizzò quell’epoca. C’era nell’aria un’attenzione palpabile alla novità, eppure i tempi non erano ancora maturi per una parità di diritti tra uomini e donne.
Elisabetta Michiel, Antonietta Dal Cerè e Teresa Mosconi, tre donne in vista della società veneziana, chiedono all’autorità cittadina di costituire un battaglione femminile e Maria Graziani, sorella di Leone Graziani, comandante supremo della marina veneta, tappezza la città di manifesti che chiamano le donne alle armi. “ diamo anche noi un saggio di patriottismo e diamolo con il cuore e si smentisca colle opere l’assurdo principio che le donne sono nate per la conocchia e per l’ago”
Nell’immaginario collettivo la conocchia e l’ago restarono ancora a lungo legati alle attività femminili, ka abbiamo visto che le patriote li seppero usare anche per servire la causa. Naturalmente la richiesta del battaglione non fu accolta, e le donne si organizzarono per un battaglione senza armi, la “Pia Associazione pel supporto ai militari”, poesia sotto la loro egida. Il battaglione disarmato raccolse migliaia di iscritte, soprattutto tra le donne del popolo, non nobili di nome, ma di fatto, come viene scritto da un anonimo in calce ai documenti dell’Associazione.
l’idea di un battaglione femminile, ripresa anche a Napoli e a Milano senza successo, testimonia dello scambio attivo di corrispondenza tra le patriote impegnate nel movimento rivoluzionario. Esse crearono una vasta rete di collegamenti e di scambi: le siciliane confortavano le sorelle toscane, quelle veneziane ringraziavano le genovesi per il denaro raccolto; le patriote bolognesi lanciavano appelli per le donne veneziane, in un incessante scambio di solidarietà mai avvenuto prima.
Le maglie di una forte rete di relazioni si erano andate formando nei salotti e ora se ne raccoglievano i frutti: anche alle donne si aprivano le porte del giornalismo d’assalto. Non più relegate  a scrivere articoli per giornali femminili a bassa tiratura, diventano le croniste degli scontri, anche dalle retrovie, coraggiose testimoni e corrispondenti dei giornali nazionali. “il Risorgimento” di Torino, “Il Felsineo” di Bologna, “Il Contemporaneo” di Roma, “L’Alba” di Firenze, “Il Nazionale” di Napoli e molti altri ospitano articoli dal fronte dove le donne scrivono non solo di eventi, ma di stati d’animo collettivi, di sentimenti e di speranze.
Il giornalismo diventa un’attività che le donne usano per diffondere le prime idee di emancipazione e per strutturare in qualche modo le loro richieste. A Venezia esce “Il Circolo delle donne italiane” di Adele Cortesi; a Palermo “La Tribuna delle donne” e “La legione delle pie sorelle”; a Roma “La donna italiana” – che pubblica l’appello delle donne veneziane per un battaglione di donne – e “Una donna bizzarra” di Virginia Gazzini; a Napoli “Un comitato di donne” di Adelaide Ruggiero, a Genova “La donna” sul quale Giulia Molino Colombini. Alcuni giornali escono per due o tre numeri, altri durano pochi mesi, ma la chiusura è la significativa spia della portata innovativa dei loro scritti. Stampate nero su bianco, le idee nuove non resistono allo sguardo scandalizzato con il quale la Curia, o altri testimoni del tempo, illustri o anonimi, giudicano questa incombente presenza femminile in settori prima appannaggio esclusivo degli uomini. Parole come diritti, rappresentanza, coraggio, combattimento, rievocano una competenza maschile che viene strenuamente difesa: il nuovo penetra appena, qua e là, nelle coscienze.
Ancora una volta le donne potevano istituire una formidabile rete di collegamenti, esporsi, pubblicare articoli, poetare, combattere con i moschetti in pugno, ma per loro iniziativa personale, mai per autorità riconosciuta. Solo Garibaldi promuove sul campo le sue combattenti con i gradi dell’esercito e assegna loro una pensione, mentre Carlo Alberto le aveva decorate con medaglie. Un pubblico riconoscimento giungerà solamente a unificazione avvenuta, nel 1866: l’11 novembre a Venezia Vittorio Emanuele riconosce il valore delle donne, riceve molte di loro, in particolare chi aveva sofferto la prigionia, e offre a ognuna un anello con la sigla reale.
tra queste donne c’era la contessa mazzininiana Maddalena Montalban Comello, una donna straordinaria che, nonostante l’annessione di Venezia al regno sabaudo fosse avvenuta per un plebiscito che aveva escluso le donne, sarà la prima a esporre alla finestra del suo palazzo la bandiera tricolore che aveva cucito.
Anni prima era stata lei, con Teresa Labia, la regista di un colorito episodio che la espose all’attenta sorveglianza della polizia. Nel 1858 infatti Venezia riservò una singolare accoglienza a Massimiliano d’Austria, recente governatore e viceré del regno Lombardo-Veneto. All’arrivo dell’imperatore, la piazza si riempì di una folla che sventolava silenziosamente mazzi di fiori tricolori: fu un composto omaggio alla causa italiana sotto l’apparenza di una festosa accoglienza. Ma quando Massimiliano volle capire meglio che cosa nascondeva lo sventolio del tricolore, se un saluto doveroso verso l’autorità o una velata ribellione all’occupazione straniera, e scese in piazza tra i suoi sudditi, la folla svanì in un istante sotto la spinta delle due donne che gridarono “fora da la piazza, subito, tutti”.
Anni più tardi, nel febbraio del 1862, la Montalban Comello e Leonilde Lonigo Calvi furono arrestate con l’accusa di alto tradimento: in una perquisizione nei loro palazzi la polizia austriaca aveva trovato materiale compromettente, lettere dei comitati, sottoscrizioni a favore dell’Associazione filantropica per i feriti di Brescia, volantini. Le aristocratiche portarono in carcere abiti sfarzosi e li indossarono nel giorno del processo per affermare la loro serenità e l’indifferenza per un potere che non riconoscevano. Si difesero con intelligenza e ironia chiedendo se fosse veramente un delitto prestar soccorso ai feriti, e non invece un principio sacrosanto della religione cristiana. Verranno condannate a cinque mesi di carcere, aumentati a un anno in appello. La Montalban, però, verrà trattenuta fino al 1865 per il comportamento tenuto in carcere, dove aveva continuato la sua attività di patriota e cospiratrice.
Finiti i combattimenti, liberata l’Italia dallo straniero, le donne comprendono che il loro compito non è finito. Comincia una nuova fase e, fedeli al ruolo di madri ed educatrici, capiscono che bisogna preparare una generazione di giovani, maschi e femmine, istruiti e impegnati a conservare, difendere e rafforzare le recenti conquiste del Risorgimento.
Le patriote si trasformano in educatrici e quelle che già prima erano a vario titolo impegnate nella cultura vedono nell’istruzione destinata al popolo, in particolare alle donne, un importante strumento dell’emancipazione femminile.
Matilde Calandrini spinge l’abate Raffaello Lambruschini, più laico che religioso (lascerà più tardi la carriera prelatizia) e già noto per la sua pubblicazione dedicata all’educazione infantile, a lanciare un appello alle donne bennate della toscana perché si dedicassero all’insegnamento. Infatti le donne che sarebbero state in grado di farlo restavano, timorose, in casa, e le nuove scuole non avevano insegnati. La Calandrini, nonostante la palese opposizione del clero toscano, riuscì a formare giovani insegnanti, ma quando tre di loro partirono per Napoli fu addirittura scacciata da Pisa.
Laura Solera Mantegazza intuisce che bisogna creare un legame tra questione nazionale e questione economica e si occupa dell’emancipazione delle donne lavoratrici. Per prima in Italia fonda a Milano asili nido riconosciuti dallo Stato per aiutare le donne operaie e scuole per le donne adulte analfabete, sicura che la cultura di base sia la chiave per poterle rendere coscienti dei loro diritti.
Bianca De Simoni Rebizzo opera a Genova dove fonda un Istituto per l’educazione femminile, l’istituto delle Peschiere, che finanzia a sue spese. Chiama alla direzione Caterina Ferrucci, una delle educatrici più note del tempo. Ma la scuola ebbe breve vita: era troppo moderna, troppa innovativa per reggere il giudizio negativo dei retrivi ispettori del ministero dell’Istruzione. L’Istituto chiuse e la Rebizzo si ritirò dalla vita attiva.
Continua  invece la sua opera Caterina Franceschi Ferrucci,prima donna a entrare a far parte dell’Accademia della Crusca, autrice di una manuale intitolato “dell’educazione morale della donna italiana”, seguito da un secondo manuale in quattro libri “Dell’educazione intellettuale della donna italiana”. E’ da sottolineare l’intreccio che si stabilisce nella vita della Ferrucci tra passione politica e passione per gli studi: nella dote porta, oltre al denaro,quattrocento libri per suo uso personale e chiede espressamente al suo promesso sposo un impegno a lasciarla libera di continuare gli studi.
Giannina Milli, nata a Teramo, in un angolo remoto del Regno delle due Sicilie, diviene nota e apprezzata poetessa, richiesta nei teatri di tutta Italia per la sua capacità di improvvisare versi. Nel nuovo regno viene chiamata come ispettrice delle scuole normali ed elementari, degli istituti pii e delle scuole private di Napoli e delle province pugliesi. Nel 1872, dopo l’annessione di Roma, il ministro Scialoia la chiama a dirigere la Scuola Normale superiore femminile.
Nel 1870 Erminia Fuà Fusinato interrompe la sua vita letteraria di poetessa e scrittrice per dedicarsi all’insegnamento: le viene assegnata la cattedra di lettere alla Scuola Normale femminile di Roma. Convinta che la lettura sia il mezzo più importante per l’educazione delle ragazze, fonda la Società per la lettura dove tiene conferenze e convegni che coinvolgono molti letterati del tempo.
Potremmo continuare l’elenco delle intellettuali e scrittrici che si sono dedicate all’insegnamento, ma non esauriremmo certo i nomi delle numerose donne, soprattutto maestre, che hanno contribuito a creare quel tessuto linguistico comune sul quale si è rafforzata l’unità d’Italia.
Le donne partecipano alla diffusione del nuovo benessere sociale attraverso il loro lavoro in scuole e ospedali, pronte a mettere le proprie capacità al servizio dello Stato nel solo ruolo che il paese riconosce loro, specchio della radicata funzione familiare.
La patria che avevano contribuito a far nascere con il loro coraggio non sa offrire a queste donne straordinaria modelli di vita diversi da quelli di una consolidata tradizione. La loro stagione di vittorie e di slanci finisce per essere seppellita sotto il peso dell’indifferenza e, cosa ancor più grave, della resistenza al cambiamento. La politica del nuovo Parlamento si cristallizza in istituzioni e figure tipicamente maschili
Solo quando l’industrializzazione del paese permetterà un massiccio impiego delle donne nel mercato del lavoro la loro voce potrà farsi sentire, attraverso le prime socialiste – Emilia Mariani, Argentina Altobelli, Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff – per rivendicare quei diritti individuali che l’Italia nata dal Risorgimento aveva loro negato.
Donne del Risorgimento – Il Mulino

Bianca, Cecilia, Teresa e le altre di Claudia Galimberti (II parte)

A Venezia, nelle formazioni volontarie, le cosiddette “crociate” si contano tante donne che precedono le formazioni portano la bandiera e suonano il tamburo. Giulia Calame avanza con lo stendardo della compagnia che va nel Friuli; Annetta Tagliapietra, insieme a un’altra giovane che batte il tamburo, porta in alto la bandiera e si distingue per il coraggio con il quale la sventola sulle barricate, Maria degli Usocchi, detta “del ponte dei gondolieri”, spara mirando diritto, senza paura.
Pochi anni più tardi, nel 1853, a Mantova, la fucilazione dei patrioti, i martire di Belfiore, spinge le donne a gesti e ad azioni simboliche che, senza infrangere la legge, ne indeboliscono l’autorità: le donne in città si vestono a lutto mentre a Venezia i teatri sono deserti.
Passa qualche anno e nel 1859, in occasione delle nozze di Clotilde di Savoia con Girolamo Bonaparte, garanzia di una interessamento francese alla causa italiana, il pubblico della Fenice nell’intervallo lancia coccarde e confetti tricolori, confezionati da mani femminili. A Mantova allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza, la contessa Teresa Arrivabene fa celebrare una messa, verso sera, in suffragio dei morti francesi e italiani. Verrà arrestata la mattina seguente, portata nel carcere delle prostitute con l’accusa di aver questuato non solo per la santa Messa, ma per la confezione di una grande bandiera tricolore. Rimane in carcere 20 giorni.  Forse non aveva questuato per la bandiera, ma di certo la contessa era una patriota e radunava nel suo salotto tutti i più noti esponenti liberali fin dal 1848.
I motivi che spingevano queste donne, a centinaia, ad aiutare in tutti i modi i rivoltosi a fronteggiare l’austriaco o il Borbone erano anche motivi sociali – la povertà, la mancanza di tutele – ma era soprattutto l’orgoglio della patria, dell’essere italiani, seppure sottomessi a uno straniero, che muoveva il cuore delle patriote.
Durante la spedizione dei Mille non saranno solo le più note Rosalie Montmasson e Antonia Masanello a parteciparvi in prima persona: oltre alle numerose popolane siciliane vale la pena ricordare il gesto della contessina piemontese Maria Salasco. Maria, dopo aver preso parte, appena quindicenne, alle Cinque Giornate di Milano, dopo essere fuggita dal convento dove il padre l’aveva rinchiusa, esule a Londra, nel 1854 incontra Giuseppe Garibaldi: ha appena ventun anni. Da allora aiuta la causa garibaldina e la troviamo a Marsala nel 1860: si occupa delle ambulanze militari, ma quando alcune navi borboniche, all’improvviso, si avvicinano alla riva e aprono un fuoco intenso, mirato sui garibaldini, Maria, a cavallo con la spada in mano, riconduce alle loro postazioni gli artiglieri che, impauriti, stanno fuggendo. Lei stessa, riportato l’ordine, punta il cannone contro le navi borboniche.
A Napoli, quando si accende la lotta per la liberazione della città prima dell’ingresso di Garibaldi, è una donna che infiamma gli animi, Marianna De Crescenzo,  della “la sangiovannara”, Ostessa del quartiere Pignasecca, nota fra la gente del posto proprio per il suo mestiere, nel 1860 affida al marito l’osteria e imbraccia il fucile, incoraggiando il popolo a sostenere Garibaldi.
Nel 1861 guida le donne per acclamare l’Unità di Italia e nel quartiere la portano in trionfo. Sarà lei a spiegare al popolo la nuova situazione, a far amare “o re galantuomo”, a distribuire consigli e soccorsi. Dopo il 1861 non se ne hanno più notizie, ma a Pignasecca è rimasta la sua leggenda.
Troviamo lo stesso sentimento, coniugato in altri modi, nelle donne compagne di vita dei nostri patrioti: in loro l’amor patrio coincide con l’Amore, lo rafforza e lo moltiplica.
Giulia Calame, la gonfaloniera del Friuli, viene dalla Svizzera, sposa il grande attore e patriota Gustavo Modena, ne condivide la causa e con lui si arruola a Venezia fra i combattenti della libertà. Sarà anche responsabile del settore infermieristico a palma nova e a Roma, dove aveva seguito il marito combattente.
La funzione di crocerossina è una caratteristica di molte donne patriote, anche perché rientra a pieno titolo in quell’aura di accadimento che accompagna da sempre la donna, italiana in particolare.
La rivoluzione politica e sociale, in atto, portata avanti dalle donne, trovava conforto nel pensiero di Mazzini e nelle azioni di Garibaldi.
Mazzini, nel suo scritto I doveri dell’uomo, sottolinea l’uguaglianza dei diritti e dei doveri tra uomini e donne, aggiungendo che solo un lungo pregiudizio tiene la donna fuori dal diritto di voto. Garibaldi riconosce in più occasioni il valore delle patriote e la loro capacità organizzativa, ma lo stato unitario fu sordo a ogni richiesta.
Salvatore Morelli, patriota pugliese imprigionato per la sua attività antiborbonica, scrive in prigione a Ventotene, un libretto (la donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire) che potè essere pubblicato solo nel 1861, quando uscì dal carcere. E’ interessante il proclama finale del libro, giunto alla terza edizione: “Care signore il mondo è di chi se lo sa prendere. Se voi volete la vostra posizione giuridica dovete conquistarvela. Profittate del momento in cui l’Italia volge a migliori destini […] propugnate il vostro diritto.”
Concetti impervi da declinare al femminile: i diritti che potevano riconoscere alle donne un’autonomia mai vista prima prefiguravano un mondo alla rovescia di cui forse le donne stesse avevano timore: la cellula della famiglia restava l’unica che conoscessero a fondo e non intendevano metterla in discussione con eccessive libertà. Eppure si battevano allo scoperto, alla luce del sole, partecipi degli obiettivi nazionali, ma lontane dal rivendicare i diritti individuali. Si può dire che a fronte di una  partecipazione attiva alla vita politica, riconosciuta e apprezzata, ci sia stata un’esclusione sul piano della rappresentanza e dei  diritti, in pratica la conferma di quella “legale subordinazione” di cui parlerà a lungo negli anni seguenti John Stuart Mill.  In questa fase le donne sembrano, secondo Simonetta Soldani, essere tese ad assicurarsi il privilegio di condividere le tappe fondanti della patria comune. Piuttosto che ad acquisire inediti diritti individuali, percepiti allora come espressione di un egoismo fuori luogo.
Donne del Risorgimento – Il Mulino

Bianca, Cecilia, Teresa e le altre di Claudia Galimberti (I parte)

Erano tante, erano intelligenti, coraggiose, appassionate: dal Nord al Sud in un incredibile crescendo di unione e solidarietà le donne italiane, senza distinzione di classe sociale, popolane e aristocratiche, borghesi e contadine, risvegliavano gli animi agli ideali rivoluzionari.
Usavano i tradizionali saperi femminili per cucire coccarde e bandiere, inventare cappellini patriottici o mazzetti di fiori tricolori. La loro inventiva arrivava a creare modelli di abiti che nascondevano i colori della bandiera nelle ampie pieghe o indossare sciarpe fruscianti di colori italiani che riempivano i teatri di patriottici messaggi. E persino a inventare, sulla base del sistema dell’orlo a giorno, un codice per i messaggi segreti.
Ma la loro fu anche una lotta di parole, di versi, di suoni, scrivono articoli, musicano inni e li suonano al pianoforte; le poetesse decidono di abbandonare l’intimismo per parlare di amor patrio e di ribellione allo straniero, pronte a diffondere i loro componimenti e a correre rischi in prima persona. Combatterono come soldati e furono imprigionate.
Nasce all0inizio del 1821 il ramo femminile della Carboneria: le affiliate si chiamavano Giardiniere perché ufficialmente s’incontravano nei giardini delle loro ville per parlare di erbe e di fiori. Ogni gruppo era chiamato “aiola” ed era formato da nove donne. Potevano portare un pugnale, nascosto tra la calza e la giarrettiera, solo dopo aver superato un lungo apprendistato. Il loro motto era “Onore e virtù”.
A questo motto furono fedeli le Giardiniere arrestate dalla polizia austriaca perché sospettate di azioni eversive. La polizia aveva ragione: queste donne avevano costituito in breve tempo una rete segreta che inviava messaggi in tutta Italia, nascosti nelle trecce dei loro capelli, nelle crinoline dei vestiti, nelle loro menti che mandavano a memoria nomi e luoghi. Le donne viaggiavano per la penisola, ma anche all’estero, diventando il collegmento tra gli esuli e la madrepatria, consapevoli di rischiare la prigione e la morte. Camilla Fa, Matilde Vis Contini Dembowski, Bianca Milesi, Maria Frecavalli, vengono segnalate dall0imperatore in persona al ministro della Polizia conte Sedlnitzsky, perché siano sorvegliate attentissimamente. E’ il 3 settembre 1823 e da allora ogni loro spostamento viene seguito e annotato.
Il fiume Ticino, via di passaggio tra i due gruppi di liberali, piemontesi e lombardi, tante volte attraversato nei loro viaggi segreti, diventa il segnale dei loro collegamenti. La Milesi, la Frecavalli, e la Dembowski vengono arrestate e inquisite. Non faranno alcun nome, non chiederanno alcun privilegio: si comporteranno  secondo il moto carbonaro, “onore e virtù”, suscitando lo stupore del governatore della Lombardia, conte Strassoldo. Bianca Milesi, con i capelli tagliati corti, scarpe grossolane, vestiti semplici, senza trine e crinoline, sfidò apertamente il conte che la accusava di portare messaggi segreti dicendo: “ e dove, di grazia, dovrei nasconderli? Nelle trecce che non ho, nelle pieghe degli abiti che da tempo non indosso più?” La sua fermezza conquistò anche Carlo Cattaneo, che scrisse una sua biografia.

D’altronde era stata lei a suggerire il sistema di scrittura clandestina ispirato al punto a giorno, tipico dei corredi e tanto familiare alle donne use a ricamare anche se rivoluzionarie.
Quello che è interessante osservare, infatti, è che le donne del Risorgimento, interpreti delle prime manifestazioni dell’emancipazione femminile, non rinnegano il loro ruolo di madri, mogli, sorelle. Insistono su un altro aspetto, sulle modalità: non vogliono essere dedite esclusivamente alla cura della casa, ripiegate sulle faccende domestiche, escluse dalla sfera politica. Pretendono una piena partecipazione alla vita politica e l’uguaglianza sul piano sociale, proprio perché madri, figlie, mogli e sorelle di patrioti.
Non dismettono quindi il ricamo, continuano ad accudire i figli, ma nello stesso tempo partecipano in prima persona, con i loro talenti, la loro coraggiosa disponibilità, e con le armi in pugno, al riscatto della patria.

Cecilia De Luna, una napoletana carbonara delle prima ora, va oltre: intuisce che la partecipazione delle donne le mette in una situazione di rottura con l’ordinamento politico e sociale esistente. “I liberi muratori, i generosi carbonari, che tanto operarono per la patria non permetteranno certamente che le loro sorelle restino serve come sempre, nella comune servitù donnesca”: scrive così la De luna in un appello rivolto nel 1821 alla Massoneria e alla Giovine Italia. Continuerà quest’opera di rottura, scrivendo una Breve dissertazione sull’istruzione donnesca ed esortazione alle mie concittadine a sperarla, nella quale auspica “una felice rivoluzione tra le pareti domestiche” in grado di recuperare alla civiltà la metà femminile del genere umano. Sposata al patriota Folliero, sarà costretta all’esilio in Francia. La figlia, giornalista, muore in Inghilterra dove lascia a sua volta una figlia che sarà un’attiva suffragetta, a testimonianza della catena virtuosa che si stabilisce tra le donne e le generazioni. E’ un legame che attraversa tutto l’Ottocento e si ritrova in particolar modo nel mondo femminile.

Teresa Berra, la mazziniana amica di Sara Nathan, è figlia di una carbonara affiliata nel 1821; Felicia La Masa, attiva patriota che conosce il marito in viaggio verso la Repubblica romana, è figlia di Carolina Bevilacqua, la bresciana che nel 1848 seguì le truppe piemontesi con un ospedale da campo che aveva, a sue spese, completamente attrezzato.
Nel giugno del 1828, quando nel Cilento scoppia una rivolta legata alla Carboneria e organizzata da Antonio Galotti, la moglie, Serafina Apicella, fallita la ribellione, viene arrestata, torturata, legata a una fune e calata in un pozzo. Le verseranno della pece bollente sulle braccia per punirla della sua partecipazione e per essere moglie del ribelle. Condannata a 25 anni di prigione, riuscì a liberarsi dopo qualche anno e a raggiungere in Francia il marito esule.
Molte altre parteciparono in prima persona alla lotta armata, fin dai moti carbonari, al Sud come al Nord: le troviamo sulle barricate di Milano, Novara, Mantova, Venezia; nel Cilento, come in Campania, in Sicilia nel 1848 e nella spedizione dei Mille.
Per costruire le barricate, a Messina come a Milano, a Novara e a Venezia si usa il materiale che di volta in volta il quartiere offre, dalle diligenze della posta alle quinte di teatri, dai sassi delle strade alle panche delle chiese, e poi materassi, botti, fascine di legna che possono rotolare davanti ai rivoltosi in una sorta di barricata mobile.
E’ dietro a questi ripari improvvisati che a Palermo, il 12 gennaio 1848, Santa Diliberto, merciaia, distribuisce agli uomini le coccarde tricolori che nella notte ha cucito, tappezzando anche i carri e i materassi dei colori della nazione. A Messina Rosa Donato, una tosatrice di cani, manovra un vecchio e pesante cannone spingendolo per le vie cittadine ovunque ci sia bisogno di una bordata. Morirà nell’incendio delle polveri da sparo, accese per far saltare i cannoni nel momento della resa. Accanto alla Donato, Giuseppina Vadalà, con il fucile in pugno, incita i cittadini a ribellarsi e a combattere l’esercito borbonico: la sua voce forte di donna popolana abituata a farsi sentire anche da lontano sovrasta il rumore dei moschetti.
A Milano, a porta Comasina, una ragazza di 17 anni, Giuseppina lazzaroni, imbraccia il fucile e non sbaglia un colpo. In via San Vittore una giovane tessitrice, Maria Giuditta Galimberti Facchini, lancia sassi dalle finestre  della sua casa: viene ferita da una fucilata quando scende in piazza per raccogliere altre pietre. A Borgo Santa croce la prima barricata viene eretta da Luigia Battistoni Sassi con selci divelti dalla strada e con la legna sottratta alle provviste per l’inverno. Luigia strappa a un soldato le pistole, le usa per minacciarne altri cinque, che si arrendono: da allora comincia a combattere senza fermarsi per  cinque giorni.  Ferita da una fucilata, guadagnerà una medaglia al valore e una pensione di 365 lire, decretata dal governo provvisorio. Con il ritorno degli austriaci, nel 1849, emigra negli Stati Uniti.
Non mancano alle donne infinite invenzioni per proteggere i congiurati. La leggendaria bella Gigogin, giovanissima orfana piemontese in fuga dal suo istituto per raggiungere nel marzo del 1848m i rivoltosi milanesi non esita a improvvisare un incontro d’amore per proteggere Mameli dall’arresto degli austriaci.
Mameli è salvo, mentre lei viene arrestata. La vulgata intorno alla sua figura  racconta che riesce a fuggire dal carcere per correre a Roma. Compare dieci anni dopo, sul campo di battaglia di Magenta, dopo aver trascinato le truppe al canto di “daghela avanti un passo” il ritornello della canzone che porta il suo nome. Di lei si perdono le tracce; forse morì in battaglia. Ma resta l’alone della sua leggenda sulle note della canzone il cui ritornello è stato l’inno patriottico più cantato prima della Canzone degli italiani, cioè l’inno di Mameli.
Donne del Risorgimento – Il Mulino

Premessa del libro

“Grande più che non si crederebbe fu il numero delle donne uccise” scrisse, dopo le Cinque Giornate di Milano, Carlo Cattaneo, uno dei grandi padri del Risorgimento, ricordando tutti i mestieri dei caduti: tra loro c’erano levatrici, ricamatrici, modiste, cucitrici, alcune giovinette.

Nell’Ottocento, durante la “Primavera dell’Italia”, le donne che in vario modo si erano impegnate per la causa, combattendo sulle barricate come a Milano, o affrontando la prigione o impegnando i loro averi, o anche solo preparando (non senza rischio) coccarde tricolori, avevano avuto immediati, generosi riconoscimenti dalle più importanti figure dell’epoca.
Ma una volta spenti i riflettori sull’epoca risorgimentale, quando si manifestò il desiderio del ritorno alla normalità, le donne scomparvero rapidamente dalla memoria storica. Certo, ad alcune di loro sono stati dedicati studi specialistici e diverse di loro venivano ricordate a livello locale: ma le donne del Risorgimento non sono entrate a far parte dei testi scolastici o divulgativi, nei libri cioè che formano la cultura di base dei cittadini. Continua a leggere