Il corsera informa

C’è voluto l’intervento di un tribunale, dopo settimane di accese proteste, per convincere uno dei più antichi e prestigiosi atenei dell’India a socchiudere, se non aprire, le porte delle sue «stanze segrete» anche alle donne. Le studentesse dell’Università Musulmana di Aligarh (Amu), nello stato dell’Uttar Pradesh, hanno finalmente ottenuto il permesso di varcare l’ingresso della biblioteca e (forse) di sedersi accanto ai colleghi maschi. Forse, perché per ora il vice-rettore dell’Amu ha solo garantito alle studentesse la possibilità di usufruire di un bus che ogni domenica le trasferirà dal College femminile alla Maulana Azad Library, dove potranno restare per un tempo massimo di tre ore. Non è chiaro se da sole o anche alla presenza degli studenti di sesso opposto.
Vietato ai cani e alle donne: questo era l’«editto» che impediva l’accesso alla storica biblioteca, famosa per la sua collezione di antichi scritti. Secondo i dirigenti dell’ateneo, la presenza delle ragazze avrebbe «attirato i maschi e rovinato la loro concentrazione». Il vice-rettore Zameer Uddin Shah, in un’intervista a The Times of India, si era lamentato che il numero degli studenti in biblioteca sarebbe quadruplicato, non per leggere, però, bensì per guardare le ragazze. 
Gli aveva fatto eco la preside del Collegio femminile, Naima Gulrez: «Capiamo il desiderio delle studentesse di accedere a quei libri. Ma ragazze, avete mai visto una biblioteca? E’ affollata di maschi. Il vostro arrivo creerebbe subito un problema di disciplina».
L’università di Aligarh è stata fondata 94 anni fa, in epoca coloniale. Da diversi anni le associazioni studentesche femminili chiedevano di potersi iscrivere alla biblioteca e di usufruire della sala di lettura, ma la richiesta era sempre stata respinta. Finché il mese scorso un tribunale locale ha accolto il ricorso di un’attivista, quindi l’Alta Corte della vicina Allahabad ha criticato il divieto imposto dall’Università e chiesto alla direzione di rimuovere la restrizione in quanto «incostituzionale» perché basata su una discriminazione tra i sessi.
Il vice-rettore aveva cercato di difendere il divieto sostenendo che nella biblioteca non c’era abbastanza spazio per accogliere le ragazze, e il codazzo di maschi che sarebbe seguito. «Ci sono 4 mila ragazze iscritte al corso di laurea» si era difeso Shah «e i posti a sedere sono appena 1.300. Non è una discriminazione, ma solo un semplice problema di capacità». Come unica soluzione, aveva quindi invitato le studentesse a ordinare i libri online o a frequentare la biblioteca della “sezione femminile” dell’ateneo. Ad eccezione delle donne già laureate, che avevano diritto di accesso, ma con soli 12 posti a sedere riservati sul totale di 1300.
La controversa presa di posizione aveva sollevato un’ondata di polemiche a livello nazionale e dure critiche anche da parte del governo di New Delhi. Il ministro delle Risorse Umane, la signora Smriti Irani, che è anche leader di un’associazione femminista del partito nazionalista induista Bjp, aveva scritto al vice rettore per denunciare il divieto come una «violazione dei diritti umani» e un «insulto» alle donne.
Finché è arrivata la decisione, che ha concesso, anche se per poche ore alla settimana, l’ingresso misto alla Library. «È un momento storico per le donne di questo campus» ha detto una giovane che domenica è stata tra le prime a varcare la soglia «e anche per il prestigio dell’università». Sarebbe felice anche lo sceicco Abdullah che decise di istituire il Women’s College, a tre chilometri dalla Università di Aligarh, proprio per aiutare l’emancipazione delle donne, culturale ed anche economica, in un periodo in cui l’educazione femminile era considerate addirittura blasfema. A distanza di quasi un secolo, il collegio resta un simbolo di speranza per le ragazze della regione e tiene fede al principio con cui fu fondato: è «un’opportunità» per ragazze provenienti dai più diversi ceti sociali ed economici, il 40% delle 2500 studentesse proviene infatti dalle classi più umili ed emarginate, sono figlie di contadini, operai o piccoli commercianti.
Molte di loro saranno le «prime laureate della famiglia», simbolo di un’India che cambia. Come Zamzam Khanum, al primo anno di studi in Urdu, che spera di diventare maestra ed «aiutare mia madre che ha lavorato notte e giorno per pagare la mia educazione fino a qui». O come Nushifa, la prima ragazza del suo villaggio a finire al college: figlia di un fruttivendolo del villaggio di Rampur, vuole «imparare bene l’inglese, come le ragazze ricche che vengono dalla città».

https://guspensiero.blogspot.com/2019/01/il-corsera-informa.html

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