Ilaria Alpi

Sicuramente una rosa non basta per rendere giustizia alla drammatica storia della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi, ma serve almeno ad addolcire il ricordo di questa ragazza valorosa vittima nel 1994 di un agguato morta a Mogadiscio insieme al suo operatore Miran Hrovatin. Sono ormai passati più di vent’anni dai fatti, vent’anni sono una vita, eppure non conosciamo ancora né mandanti, né assassini e tutto rimane sepolto da una fitta cortina di omissioni e depistaggi. Non sono bastate neanche la forza e la determinazione dei genitori di Ilaria  e dell’associazione che porta il suo nome per arrivare ai veri colpevoli e purtroppo, nonostante innumerevoli processi, commissioni parlamentari e tutta l’indignazione dell’opinione pubblica, non si è ancora riusciti a far emergere la verità.
Ilaria stava seguendo una pista d’inchiesta che portava allo smaltimento illegale dei rifiuti tossici e al traffico di armi, con pesanti coinvolgimenti di vari governi e forti sospetti sull’utilizzo dei fondi della cooperazione italiana in africa: una miniera d’oro che finiva in rivoli sempre più oscuri. “Dov’è finita questa immensa mole di denaro, 1400 miliardi, che l’Italia ha dato alla cooperazione?”. Questa frase era scritta a penna in uno dei pochi bloc-notes di Ilaria che non sono spariti nel nulla.
E’ evidente, come ci spiega bene la mamma di Ilaria nel suo libro Esecuzione con depistaggi di Stato, che la posta in gioco era gigantesca e i crimini sono stati occultati da un’omertà internazionale perché coinvolgevano poteri forti difficili da scalfire.
Ilaria quando era in africa a fare il suo lavoro forse non immaginava nemmeno la vastità del vespaio di corruzioni che stava scoprendo, o forse sì, ed è proprio per questo che ha continuato coraggiosamente a non cedere alle intimidazioni. Ilaria non era una supereroina, ma solo una ragazza seria e preparata che amava il suo lavoro di giornalista e lo svolgeva con professionalità e soprattutto con passione. Ed è proprio questo sentimento la cifra più bella che lascia in eredità a tutti i giovani che vogliono intraprendere oggi questo mestiere. Viviamo in un paese pieno di eccellenze che spesso non sappiamo coltivare e a volte lasciamo appassire o peggio morire, come nel caso di Ilaria, senza avere giustizia.
Ma non si può morire solo perché si fa bene il proprio lavoro. Qualcuno oggi, mentre scrivo sa bene chi ha voluto la morte della giornalista, e sa anche chi sta continuando a coprire i mandanti di questo omicidio; è anche  per questo che, nonostante tutte le archiviazioni, noi non possiamo mai perdere la speranza di scoprire con testardaggine la verità, lo dobbiamo alla memoria di Ilaria Alpi, e a una terra che abbiamo contribuito a saccheggiare.
Sbagliato e inutile fare di Ilaria un santino da celebrare negli anniversari deputati, la sua memoria deve rimanere fresca come le immagini che la ritraggono mentre svolge il suo lavoro: i capelli scompigliati al vento, lo sguardo concentrato di chi parla  a braccio perché conosce ben la realtà che ha indagato e vuole descriverla a chi non può vederla. Senza l’impegno di giornaliste come Ilaria Alpi, Anna Politkovskaja, Daphne Galizia, Shifa Gardi e tanti altri reporter che mettono a repentaglio ogni giorno la propria vita in zone a rischio, continueremmo a vivere nel buio, addirittura ignorando l’esistenza stessa  dei numerosi conflitti che insanguinano tanti Paesi nel mondo.
“Fin dai suoi primi anni di vita la ricordo come una bambina di carattere, tosta, molto sensibile” così la descrive mamma Luciana. “Una bambina curiosa, che voleva imparare, ma che aveva anche idee chiare.” Ilaria aveva studiato Lingue orientali all’Università, sapeva l’arabo, aveva viaggiato tanto in Africa e in Medio Oriente, non solo per lavoro, ma per il piacere di approfondire una cultura che l’appassionava: “Era studiosa, allegra, dolce, fissata con i gatti” racconta una sua amica di allora. “Mentre tutti andavano a studiare negli stati uniti, noi viaggiavamo in Egitto, Tunisia, Giordania…” Quando vince il concorso da giornalista alla Rai, per lei è naturale occuparsi di ciò che a cuore. Come ricorda l’operatore Alberto Calvi, con cui la giornalista ha condiviso tanti reportage: “Ilaria viveva sulla pelle la rassegnazione e la disperazione del popolo somalo”. E non si accontenta, come tanti reporter embedded , di raccogliere le notizie alle conferenze stampa ufficiali, ma va sempre sul campo a verificarle. Le sue cronache , impeccabili dal punto di vista giornalistico, non sono mai distaccate ma sempre ricche di forte umanità ed empatia nei confronti di tutte le persone che avvicina: perché Ilaria si sentiva a casa in quei luoghi, ed è riuscita a trasmetterci con il suo lavoro, questo suo prezioso sentimento di condivisione.. appariva poco in video, tendeva a commentare le immagini con le sue parole fuori campo, preferiva che a essere protagonista fosse quella terra martoriata a cui, finché ha potuto, ha prestato la sua voce generosa.
[…]

Serena Dandini – Il Catalogo delle donne valorose.

 

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