Francoise Barré-Sinoussi

Nel 2009 una donna con i capelli corti e brizzolati, gli occhi scuri e un piglio da battagliera sale sul palco della V Conferenza dell’International Aids Society, a Città del Capo (Sudafrica): fra imponenti misure di sicurezza e alla presenza del presidente sudafricano Kgalema Motlanthe, indossa la maglietta rossa, con la scritta «Hiv positive» degli attivisti sudafricani, strappando un lungo applauso e grida d’approvazione dall’affollata platea.

È lei: Françoise Barré-Sinoussi, la scienziata-attivista, come ama definirsi, e a distanza di trentun’anni dalla scoperta che nel 2008 l’ha portata al premio Nobel per la medicina, prosegue ancora oggi instancabilmente la sua lotta a uno dei grandi nemici dell’uomo: l’Hiv, il virus del Ventesimo secolo. Nel febbraio del 1983, è stata la prima, assieme al suo collega e biologo francese Luc Montagnier, a isolare il virus criminale.

Nata a Parigi il 30 luglio del 1947, fin da piccola Barré-Sinoussi dimostra una certa predisposizione per lo studio dei fenomeni naturali: quando è in vacanza, ad esempio, passa ore nel giardino a osservare la fauna, e questa fascinazione per il mondo naturale sarà poi determinante nell’indicarle la strada da intraprendere nel campo degli studi.

Françoise non vuole gravare economicamente sulla sua famiglia, ma desiderando comunque frequentare l’università, decide di studiare Scienze alla Sorbona: è la facoltà più breve e la meno costosa tra quelle scientifiche. Dopo la laurea, per capire se vuole proseguire e diventare una ricercatrice, decide di fare esperienza di laboratorio, ma non è facile: trova molti ostacoli, dovuti alla scarsità di posti e alla difficoltà di accesso ai laboratori.

Una sua conoscenza, allora, le suggerisce di entrare in contatto con il gruppo capeggiato dal biologo francese Jean Claude Chermann, all’Istituto Pasteur di Parigi. Un consiglio fruttuoso: finalmente Barré-Sinoussi trova un Centro altamente qualificato che la possa ospitare come assistente volontaria. Questo è il suo vero punto di partenza. Poco dopo il professor Chermann le offre un dottorato di ricerca, che lei consegue con ottimi risultati.

Agli inizi degli anni Ottanta, Françoise ha quasi quarant’anni e una carriera ben avviata nel campo dell’epidemiologia; proprio in questo periodo iniziano a registrarsi ovunque, Parigi compresa, i primi casi di una strana e allarmante epidemia, non ancora chiamata Aids. È proprio all’istituto Pasteur che Barré-Sinoussi lavora su questo nuovo caso; nel giro di poco tempo raggiunge brillanti risultati con conseguenti pubblicazioni scientifiche. Contestualmente inizia a collaborare con i paesi poveri e ben presto capisce che deve mettersi in viaggio: come ricercatrice fa la sua prima visita a un paese africano nel 1985, a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, in occasione di un workshop della World Health Organization (WHO), dove subisce uno shock per le condizioni in cui vivono gli abitanti di quel paese. Poi si reca in Vietnam e da qui inizia a collaborare anche con i paesi asiatici, instaurando subito un rapporto proficuo e di lunga durata con molti ricercatori di diverse nazionalità.

Nel 2008 all’Istituto Pasteur viene riconosciuto un importantissimo ruolo nello scoprire che l’Aids è causata dal virus dell’Hiv, un virus che, a causa della sua massiccia replicazione e per il danno cellulare che provoca ai linfociti, è così potente da distruggere il sistema immunitario di un individuo. A illustrare questa scoperta è lavoro del professore Luc Montagnier, direttore del gruppo di ricerca, e di Françoise Barré-Sinoussi, sua collaboratrice: per loro, è premio Nobel. «La produzione virale» si ricorda nelle motivazioni del premio «è stata identificata nei linfociti dei pazienti con linfonodi allargati nei primi stadi dell’immunodeficienza acquisita, e nel sangue di pazienti con la malattia in fase avanzata». In particolare, gli scienziati «hanno caratterizzato questo retrovirus come il primo lentivirus umano noto, basandosi sulle sue proprietà morfologiche, biochimiche e immunologiche». Una scoperta definita «essenziale per la conoscenza attuale della biologia di questa malattia e per il suo trattamento anti-retrovirale».

L’epidemia di AIDS continua ed è, ancora oggi, una delle malattie sessualmente trasmissibili più diffuse. Sebbene stiano calando le vittime e le infezioni, attualmente si registra un aumento del 50% delle morti tra gli adolescenti; oltre al fatto che circa 8 milioni di malati sono ancora esclusi dalle cure. Fino a ora sono stati investiti più di 8 miliardi di dollari nella ricerca di un vaccino davvero efficace contro il virus dell’HIV; ma un antidoto definitivo ancora non c’è. E forse è proprio per questo che Barré-Sinoussi continua a lavorare, dentro e fuori i laboratori, convinta che un giorno si possa arrivare a sconfiggere del tutto la malattia.Per Barré-Sinoussi, la vittoria del Nobel non è stato solo un punto di arrivo, ma anche il vero punto di partenza del suo attivismo e ha saputo sfruttare la visibilità acquisita per perorare la sua causa, rivolgendosi direttamente alle Istituzioni: fra queste, quelle di natura religiosa, che col loro dogmatismo le sembrano agire senza tenere conto veramente del bene dell’umanità. Nel 2006 la scienziata-attivista rivolge un appello a Papa Benedetto XVI perché la Chiesa riveda le proprie posizioni sull’utilizzo del preservativo. «Le tesi cattoliche sui rapporti sessuali» scrive a Papa Ratzinger «sono ormai desuete e non tengono conto del fatto che un’interpretazione più moderna dei dogmi potrebbe salvare milioni di vite». Tre anni dopo, dal palco della V Conferenza dell’International Aids Society, ribadisce con forza il suo grido d’allarme: «L’Hiv non è in recessione». È questo il suo monito alla comunità internazionale, ai Grandi del G8 e agli altri Governi. «Ridurre ora, per colpa della crisi economica, gli sforzi nella lotta all’Aids sarebbe un disastro. I Governi e i leader saranno i responsabili, se non rispetteranno gli impegni presi».

http://www.stoccolmaaroma.it/2015/francoise-barre-sinoussi-1947/

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