Clelia Pellicano

Clelia Pellicano di Tito Lucrezio Rizzo

La storia dell’Ottocento è povera di figure femminili eminenti, non perché è ne mancassero, ma perché i forti condizionamenti imposti dalla società del tempo, impedirono che potessero emergere e distinguersi. Appare pertanto significativo ricordare una delle poche donne che si batterono per la propria emancipazione, con la forza e la determinazione di chi è destinato a precorrere i tempi: la marchesa Clelia Romano Pellicano, in arte Jane Gray.
Nacque nel 1873 a Napoli (e nella stessa città si spense a soli cinquant’anni) dal magistrato e deputato della Sinistra storica Giandomenico Romano e da Pierina Avezzana, a sua volta figlia del noto generale garibaldino Giuseppe Avezzana e di una dama inglese. L’educazione ricevuta in famiglia, laica e di stampo anglosassone, le consentì una perfetta padronanza oltre che della madre lingua, del francese e dell’inglese; ma fu “meridionale” per la foga dell’ingegno,l’esuberanza del sentimento e della sensibilità artistica.
Appena sedicenne sposò il marchese Francesco Maria Pellicano di Gioiosa Jonica, dal quale ebbe sette figli e, rimasta precocemente vedova, trascorse le sue intense giornate tra lo Jonio ed il Tirreno con la parentesi di alcuni viaggi all’estero, dove partecipò a dei congressi in occasione dei quali illustrò la condizione delle donne e delle calabresi in particolare.
Collaborò a prestigiose riviste come “La Nuova Antologia” e “La donna”, fu autrice del romanzo Verso il destino e delle raccolte di racconti novelle calabresi e Coppie, con lo pseudonimo di Jane Gray; mentre nell’edizione riveduta e corretta di quest’ultima opera, con il titolo mutato in La vita a due (1918), si firmò con il suo vero nome di Clelia Pellicano.
lei stessa avrebbe così spiegato la ragione della precedente scelta: “parecchie persone della famiglia non apprezzavano la mia trasformazione e mal si rassegnavano a vedermi stampata, allora si nascosi sotto lo pseudonimo di Jane Gray”, che mutuò da un’infelice regina inglese che le era molto cara.
nei suoi scritti, quasi sempre ambientati in centri grandi e piccoli della Calabria, sua terra d’elezione, è netta l’impronta del verismo e l’influenza di Flaubert, Maupassant e Verga, nonché di Capuana, Fogazzaro e Grazie Deledda, ai quali ultimi dedicò espressamente alcune novelle.
Nella narrazione, che sovente assurge ai livelli di vera e propria prosa d’arte, troviamo descrizioni che rivelano un forte spirito di osservazione, una non comune capacità di introspezione psicologica e, sovente, una sottile e disincantata ironia.
Ecco allora alcune rapide pennellate su “pretoni panciuti dalle larghe facce apoplettiche” che sfilavano in processione, contadini che ballavano un mezzo passo di tarantella che faceva pensare ad una danza d’orsi ammaestrati; la rubacuori di paese alta, provocante, superba, con seno che le scoppiava tra i lacci del corpetto; l’arcigno pubblico Ministero dalle basette sale e pepe, dalle mani affilate e bianche, dal sorriso enigmaticamente crudele; il giudice bonario che ricorre a motti lepidi, conditi da parole in vernacolo e da una mimica efficacissima ed un’ancor vasta galleria di personaggi.
Mariti ubriachi e violenti, mogli rassegnate e sottomesse, suore tetre, fattucchiere di paese, eredi avidi e senza scrupoli, politicanti di provincia pronti ad ogni compromesso, nobili decaduti e borghesi rampanti, infanticide prive di rimorsi: sono tutti protagonisti di un’umanità meschina, corrosa da gelosie, passioni, bigottismo, trame d’alta finanza e bassa politica, da cui si ricava il quadro di una società che, dietro un perbenismo di facciata, era moralmente assai meno adamantina di quanto si usa credere nei frettolosi rimpianti dei bei tempi andati.
Nei racconti non mancano naturalmente figure egregie, eroi positivi per nobiltà di cuore e di intelletto, che consentono al lettore di trarre sempre e comunque la morale del trionfo del bene sul male, segno del ragionato ottimismo dell’autrice, impegnata a scrivere racconti che non sono di mera evasione o di puro diletto, bensì di alta passione civile, essendo finalizzati al riscatto dei derelitti di ogni genere.
Scenario dei drammi del cuore umano rappresentati, sono i paesaggi di incomparabile bellezza della terra amata, osservati magari da un treno che corre tra siepi vive di gerani e di timo d’acetosella e di lavanda, tra i campi  d’agrumeti e lo Jonio glauco immenso che si confonde col cielo. Appennini calabri che appaiono una gloria d’oro, prati dove le spighe porporine e bianche delle bettoniche, le coccole variopinte dei berberi e le corolle turchine dei fiordalisi si cullavano alla brezza vespertina.
Donna di straordinaria bellezza e di non comune intelligenza, la Pellicano non fu femminista nel senso attuale, cioè fautrice di una vita anticonformista, bensì in ragione del suo impegno in favore delle donne meno fortunate, laddove quelle appartenenti al suo ceto – da lei deprecate – paghe della loro condizione di benessere, non avvertivano il bisogno né di battersi per il suffragio universale, né per i diritti civili e politici.
La sua lotta per il riscatto della donna va inquadrata in quella più ampia per l’ascesa del proletariato dove, come scrisse nella prefazione al libro la donna e la legge, era più stretta l’unione fra i coniugi, meno frequente l’adulterio, più parca e onesta la vita, scarsissimo il celibato e numerosa la prole, mentre nelle classi elevate la donna moglie e madre mediocrissima, era aiutata da istitutrici e cameriere che la alleviavano dal doppio peso del coniuge e della prole.
in tale prefazione attaccò lo stereotipo della vestale domestica, angelo del focolare e regina della casa, frutto di una tradizione maschilista per la quale la cultura, l’indipendenza, l’evoluzione della donna, e il formarsi in lei di una nuova coscienza civile e di un più alto carattere; lo svilupparne il senso della dignità e della responsabilità, il toglierla dallo stato parassitario per farne un essere pensante e cosciente, sono attentati a quella sua femminilità, squisitamente impulsiva ed illogica, fatta di enigmi, di insidie, di capricci, di ignoranza e di superstizione.
Il femminismo – proseguì con grande lucidità di analisi – non nacque dalle gesta eroicomiche delle suffragette, bensì dalla rivoluzione industriale per cui le donne, lasciate le occupazioni domestiche, erano entrata a far parte del circuito di sfruttamento del mondo del lavoro esterno.
Con quali convincimenti, nel 1909m aveva rappresentato l’Italia Londra, ad un simposio internazionale per la conquista del suffragio universale femminile, che doveva unirsi al più ampio accesso alle professioni liberali, affinché ciascuna \- scrisse – seguendo la propria inclinazione, possa guadagnarsi il pane nel modo più conforme alle attitudini e ai gusti propri, abolendo quel non senso per cui dopo averci aperto a due battenti le porte dell’Università,piegate a faticosi studi, a dure discipline, ci si rimanda a casa con uno straccio di laurea, buono soltanto a decorare il salottino paterno. A distanza di un secolo, rendiamo omaggio ad una figura  nobile di cuore prima che di rango, la cui avvenenza esteriore rispecchiava la mirabile bellezza della sua anima.

Rivista Ottocento n 3 di febbraio-marzo

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2 thoughts on “Clelia Pellicano

    • Grazie amico mio. Sai io credo che il problema di noi donne sia quello che non conosciamo la nostra storia se non per cenni studiati a scuola o per sentito dire… Forse anzi ne sono convinta che sia per questo che ci sia in atto un riflusso del femminismo. Oggi le ragazze lo intendono come una sorta di libertà per mettersi in mostra (vedi TV) senza rendersi conto che diventano così oggetti e non soggetti. E’ un discorso lungo da farsi. Comunque è da qui, da questa consapevolezza di alcune lacune storiche che parte questa mia ricerca sulle donne protagoniste della nostra storia femminile e femminista.

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