Bianca, Cecilia, Teresa e le altre di Claudia Galimberti (III parte)

L’entusiasmo e il coraggio dimostrati allora dalle donne – che uscivano dal privato delle loro case per mostrarsi in pubblico combattenti, spie, messaggere, ospiti, clandestine, esiliate – non hanno riscontro in altre epoche.
Ma a fronte del loro impegno che cosa ottennero? Poco o nulla come diritti riconosciuti, in cambio di una profusione di lavoro e di denaro per organizzare approvvigionamenti e ospedali. Anima delle cure mediche sono Cristina Trivulzio di Belgioioso, Enrichetta di Lorenzo, Margaret Fuller, Giulia Bovio Paulucci, Giulia Calame, Jessie White Mario, ma anche Antonia Masanello, Rosalie Montmasson, Antonietta De Pace e tutte le altre donne rimaste sconosciute che si sono occupate dei feriti in battaglia, tanto da poter dire che la figura della crocerossina nasce in Italia, prima ancora che in Inghilterra, per opera della Belgioioso.
La caratteristica delle case ospitali trasformate in rifugio per i feriti, in Piemonte, in Lombardia, in Veneto, in Toscana, in Sicilia, era quella di accogliere generosamente focolai di idee e di ricolte, di diventare centro di conversazioni eversive dove si maturavano le future ribellioni allo straniero.
L’idea di base di questi salotti sparsi nella penisola, ovunque fossero, è sempre stata quella di ospitare gli esuli, i fuoriusciti, i patrioti, i carbonari della prima ora, i cospiratori, gli artisti. Si ospitano soprattutto le idee nuove che daranno vita all’unità della nazione. Audaci e innovative, le donne, da padrone di casa ospitali, si trasformano in consapevoli complici dell’avventura che porta all’unificazione d’Italia. E’ molto difficile per la polizia riuscire a controllare i salotti, nei quali si mescolano canti, musica, letture, discussioni. Costanza Trotti Arquati, esule a Bruxelles, assume il patriota Pietro Borsieri nella veste di precettore e lo riceve ancora , tornata a Milano, incurante del pericolo che può correre.
Il salotto di Costanza è solo un esempio di quegli itineranti salotti europei dove le donne italiane  continuano ad alimentare l’interesse per la causa del loro paese.
I salotti di Clara Maffei e di Teresa Confalonieri a Milano, ma anche quelli di Adelaide Plezza e Olimpia Savio a Torino, di Bianca Rebizzo a Genova, di Teresa Arrivabene a Mantova, di Amelia Cavani a Firenze, di Marianna Catterinetti a Verona, insieme a cento altri sparsi per l’Italia, diventano vere e proprie officine. Lì si inventano travestimenti per gli esuli, si aiutano gli emigranti, si raccolgono fondi per la causa, si preparano le cartelle del prestito mazziniano e le fotografie dei patrioti, si custodiscono armi. Nelle accoglienti case delle donne siciliane, prima fra tutte in quella della marchesa Spedalotto, si servono agli ospiti granite di amarena, cedro, pistacchio, a simbolo del tricolore.
Ettore Rota ricorda che in casa di Alba Camozzi, a Genova, nel dicembre del 1858, mentre Garibaldi parlava con Nino Bixio dei prossimi eventi, arrivò Luigi Mercantini con la moglie e il Generale gli chiese di scrivere per i suoi volontari “un inno da cantare andando alla carica”. Una settimana dopo, Anna Mercantini accompagnava al pianoforte la composizione del marito, musicata da Alessio Olivieri: “Si scopron le tombe, si levano i morti” e allora tutti i presenti “uomini e donne cantavano l’inno marciando in ordine intorno al tavolo della grande sala”.
e’ un episodio che dà la misura del clima di puro entusiasmo che caratterizzò quell’epoca. C’era nell’aria un’attenzione palpabile alla novità, eppure i tempi non erano ancora maturi per una parità di diritti tra uomini e donne.
Elisabetta Michiel, Antonietta Dal Cerè e Teresa Mosconi, tre donne in vista della società veneziana, chiedono all’autorità cittadina di costituire un battaglione femminile e Maria Graziani, sorella di Leone Graziani, comandante supremo della marina veneta, tappezza la città di manifesti che chiamano le donne alle armi. “ diamo anche noi un saggio di patriottismo e diamolo con il cuore e si smentisca colle opere l’assurdo principio che le donne sono nate per la conocchia e per l’ago”
Nell’immaginario collettivo la conocchia e l’ago restarono ancora a lungo legati alle attività femminili, ka abbiamo visto che le patriote li seppero usare anche per servire la causa. Naturalmente la richiesta del battaglione non fu accolta, e le donne si organizzarono per un battaglione senza armi, la “Pia Associazione pel supporto ai militari”, poesia sotto la loro egida. Il battaglione disarmato raccolse migliaia di iscritte, soprattutto tra le donne del popolo, non nobili di nome, ma di fatto, come viene scritto da un anonimo in calce ai documenti dell’Associazione.
l’idea di un battaglione femminile, ripresa anche a Napoli e a Milano senza successo, testimonia dello scambio attivo di corrispondenza tra le patriote impegnate nel movimento rivoluzionario. Esse crearono una vasta rete di collegamenti e di scambi: le siciliane confortavano le sorelle toscane, quelle veneziane ringraziavano le genovesi per il denaro raccolto; le patriote bolognesi lanciavano appelli per le donne veneziane, in un incessante scambio di solidarietà mai avvenuto prima.
Le maglie di una forte rete di relazioni si erano andate formando nei salotti e ora se ne raccoglievano i frutti: anche alle donne si aprivano le porte del giornalismo d’assalto. Non più relegate  a scrivere articoli per giornali femminili a bassa tiratura, diventano le croniste degli scontri, anche dalle retrovie, coraggiose testimoni e corrispondenti dei giornali nazionali. “il Risorgimento” di Torino, “Il Felsineo” di Bologna, “Il Contemporaneo” di Roma, “L’Alba” di Firenze, “Il Nazionale” di Napoli e molti altri ospitano articoli dal fronte dove le donne scrivono non solo di eventi, ma di stati d’animo collettivi, di sentimenti e di speranze.
Il giornalismo diventa un’attività che le donne usano per diffondere le prime idee di emancipazione e per strutturare in qualche modo le loro richieste. A Venezia esce “Il Circolo delle donne italiane” di Adele Cortesi; a Palermo “La Tribuna delle donne” e “La legione delle pie sorelle”; a Roma “La donna italiana” – che pubblica l’appello delle donne veneziane per un battaglione di donne – e “Una donna bizzarra” di Virginia Gazzini; a Napoli “Un comitato di donne” di Adelaide Ruggiero, a Genova “La donna” sul quale Giulia Molino Colombini. Alcuni giornali escono per due o tre numeri, altri durano pochi mesi, ma la chiusura è la significativa spia della portata innovativa dei loro scritti. Stampate nero su bianco, le idee nuove non resistono allo sguardo scandalizzato con il quale la Curia, o altri testimoni del tempo, illustri o anonimi, giudicano questa incombente presenza femminile in settori prima appannaggio esclusivo degli uomini. Parole come diritti, rappresentanza, coraggio, combattimento, rievocano una competenza maschile che viene strenuamente difesa: il nuovo penetra appena, qua e là, nelle coscienze.
Ancora una volta le donne potevano istituire una formidabile rete di collegamenti, esporsi, pubblicare articoli, poetare, combattere con i moschetti in pugno, ma per loro iniziativa personale, mai per autorità riconosciuta. Solo Garibaldi promuove sul campo le sue combattenti con i gradi dell’esercito e assegna loro una pensione, mentre Carlo Alberto le aveva decorate con medaglie. Un pubblico riconoscimento giungerà solamente a unificazione avvenuta, nel 1866: l’11 novembre a Venezia Vittorio Emanuele riconosce il valore delle donne, riceve molte di loro, in particolare chi aveva sofferto la prigionia, e offre a ognuna un anello con la sigla reale.
tra queste donne c’era la contessa mazzininiana Maddalena Montalban Comello, una donna straordinaria che, nonostante l’annessione di Venezia al regno sabaudo fosse avvenuta per un plebiscito che aveva escluso le donne, sarà la prima a esporre alla finestra del suo palazzo la bandiera tricolore che aveva cucito.
Anni prima era stata lei, con Teresa Labia, la regista di un colorito episodio che la espose all’attenta sorveglianza della polizia. Nel 1858 infatti Venezia riservò una singolare accoglienza a Massimiliano d’Austria, recente governatore e viceré del regno Lombardo-Veneto. All’arrivo dell’imperatore, la piazza si riempì di una folla che sventolava silenziosamente mazzi di fiori tricolori: fu un composto omaggio alla causa italiana sotto l’apparenza di una festosa accoglienza. Ma quando Massimiliano volle capire meglio che cosa nascondeva lo sventolio del tricolore, se un saluto doveroso verso l’autorità o una velata ribellione all’occupazione straniera, e scese in piazza tra i suoi sudditi, la folla svanì in un istante sotto la spinta delle due donne che gridarono “fora da la piazza, subito, tutti”.
Anni più tardi, nel febbraio del 1862, la Montalban Comello e Leonilde Lonigo Calvi furono arrestate con l’accusa di alto tradimento: in una perquisizione nei loro palazzi la polizia austriaca aveva trovato materiale compromettente, lettere dei comitati, sottoscrizioni a favore dell’Associazione filantropica per i feriti di Brescia, volantini. Le aristocratiche portarono in carcere abiti sfarzosi e li indossarono nel giorno del processo per affermare la loro serenità e l’indifferenza per un potere che non riconoscevano. Si difesero con intelligenza e ironia chiedendo se fosse veramente un delitto prestar soccorso ai feriti, e non invece un principio sacrosanto della religione cristiana. Verranno condannate a cinque mesi di carcere, aumentati a un anno in appello. La Montalban, però, verrà trattenuta fino al 1865 per il comportamento tenuto in carcere, dove aveva continuato la sua attività di patriota e cospiratrice.
Finiti i combattimenti, liberata l’Italia dallo straniero, le donne comprendono che il loro compito non è finito. Comincia una nuova fase e, fedeli al ruolo di madri ed educatrici, capiscono che bisogna preparare una generazione di giovani, maschi e femmine, istruiti e impegnati a conservare, difendere e rafforzare le recenti conquiste del Risorgimento.
Le patriote si trasformano in educatrici e quelle che già prima erano a vario titolo impegnate nella cultura vedono nell’istruzione destinata al popolo, in particolare alle donne, un importante strumento dell’emancipazione femminile.
Matilde Calandrini spinge l’abate Raffaello Lambruschini, più laico che religioso (lascerà più tardi la carriera prelatizia) e già noto per la sua pubblicazione dedicata all’educazione infantile, a lanciare un appello alle donne bennate della toscana perché si dedicassero all’insegnamento. Infatti le donne che sarebbero state in grado di farlo restavano, timorose, in casa, e le nuove scuole non avevano insegnati. La Calandrini, nonostante la palese opposizione del clero toscano, riuscì a formare giovani insegnanti, ma quando tre di loro partirono per Napoli fu addirittura scacciata da Pisa.
Laura Solera Mantegazza intuisce che bisogna creare un legame tra questione nazionale e questione economica e si occupa dell’emancipazione delle donne lavoratrici. Per prima in Italia fonda a Milano asili nido riconosciuti dallo Stato per aiutare le donne operaie e scuole per le donne adulte analfabete, sicura che la cultura di base sia la chiave per poterle rendere coscienti dei loro diritti.
Bianca De Simoni Rebizzo opera a Genova dove fonda un Istituto per l’educazione femminile, l’istituto delle Peschiere, che finanzia a sue spese. Chiama alla direzione Caterina Ferrucci, una delle educatrici più note del tempo. Ma la scuola ebbe breve vita: era troppo moderna, troppa innovativa per reggere il giudizio negativo dei retrivi ispettori del ministero dell’Istruzione. L’Istituto chiuse e la Rebizzo si ritirò dalla vita attiva.
Continua  invece la sua opera Caterina Franceschi Ferrucci,prima donna a entrare a far parte dell’Accademia della Crusca, autrice di una manuale intitolato “dell’educazione morale della donna italiana”, seguito da un secondo manuale in quattro libri “Dell’educazione intellettuale della donna italiana”. E’ da sottolineare l’intreccio che si stabilisce nella vita della Ferrucci tra passione politica e passione per gli studi: nella dote porta, oltre al denaro,quattrocento libri per suo uso personale e chiede espressamente al suo promesso sposo un impegno a lasciarla libera di continuare gli studi.
Giannina Milli, nata a Teramo, in un angolo remoto del Regno delle due Sicilie, diviene nota e apprezzata poetessa, richiesta nei teatri di tutta Italia per la sua capacità di improvvisare versi. Nel nuovo regno viene chiamata come ispettrice delle scuole normali ed elementari, degli istituti pii e delle scuole private di Napoli e delle province pugliesi. Nel 1872, dopo l’annessione di Roma, il ministro Scialoia la chiama a dirigere la Scuola Normale superiore femminile.
Nel 1870 Erminia Fuà Fusinato interrompe la sua vita letteraria di poetessa e scrittrice per dedicarsi all’insegnamento: le viene assegnata la cattedra di lettere alla Scuola Normale femminile di Roma. Convinta che la lettura sia il mezzo più importante per l’educazione delle ragazze, fonda la Società per la lettura dove tiene conferenze e convegni che coinvolgono molti letterati del tempo.
Potremmo continuare l’elenco delle intellettuali e scrittrici che si sono dedicate all’insegnamento, ma non esauriremmo certo i nomi delle numerose donne, soprattutto maestre, che hanno contribuito a creare quel tessuto linguistico comune sul quale si è rafforzata l’unità d’Italia.
Le donne partecipano alla diffusione del nuovo benessere sociale attraverso il loro lavoro in scuole e ospedali, pronte a mettere le proprie capacità al servizio dello Stato nel solo ruolo che il paese riconosce loro, specchio della radicata funzione familiare.
La patria che avevano contribuito a far nascere con il loro coraggio non sa offrire a queste donne straordinaria modelli di vita diversi da quelli di una consolidata tradizione. La loro stagione di vittorie e di slanci finisce per essere seppellita sotto il peso dell’indifferenza e, cosa ancor più grave, della resistenza al cambiamento. La politica del nuovo Parlamento si cristallizza in istituzioni e figure tipicamente maschili
Solo quando l’industrializzazione del paese permetterà un massiccio impiego delle donne nel mercato del lavoro la loro voce potrà farsi sentire, attraverso le prime socialiste – Emilia Mariani, Argentina Altobelli, Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff – per rivendicare quei diritti individuali che l’Italia nata dal Risorgimento aveva loro negato.
Donne del Risorgimento – Il Mulino

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...