Bianca, Cecilia, Teresa e le altre di Claudia Galimberti (II parte)

A Venezia, nelle formazioni volontarie, le cosiddette “crociate” si contano tante donne che precedono le formazioni portano la bandiera e suonano il tamburo. Giulia Calame avanza con lo stendardo della compagnia che va nel Friuli; Annetta Tagliapietra, insieme a un’altra giovane che batte il tamburo, porta in alto la bandiera e si distingue per il coraggio con il quale la sventola sulle barricate, Maria degli Usocchi, detta “del ponte dei gondolieri”, spara mirando diritto, senza paura.
Pochi anni più tardi, nel 1853, a Mantova, la fucilazione dei patrioti, i martire di Belfiore, spinge le donne a gesti e ad azioni simboliche che, senza infrangere la legge, ne indeboliscono l’autorità: le donne in città si vestono a lutto mentre a Venezia i teatri sono deserti.
Passa qualche anno e nel 1859, in occasione delle nozze di Clotilde di Savoia con Girolamo Bonaparte, garanzia di una interessamento francese alla causa italiana, il pubblico della Fenice nell’intervallo lancia coccarde e confetti tricolori, confezionati da mani femminili. A Mantova allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza, la contessa Teresa Arrivabene fa celebrare una messa, verso sera, in suffragio dei morti francesi e italiani. Verrà arrestata la mattina seguente, portata nel carcere delle prostitute con l’accusa di aver questuato non solo per la santa Messa, ma per la confezione di una grande bandiera tricolore. Rimane in carcere 20 giorni.  Forse non aveva questuato per la bandiera, ma di certo la contessa era una patriota e radunava nel suo salotto tutti i più noti esponenti liberali fin dal 1848.
I motivi che spingevano queste donne, a centinaia, ad aiutare in tutti i modi i rivoltosi a fronteggiare l’austriaco o il Borbone erano anche motivi sociali – la povertà, la mancanza di tutele – ma era soprattutto l’orgoglio della patria, dell’essere italiani, seppure sottomessi a uno straniero, che muoveva il cuore delle patriote.
Durante la spedizione dei Mille non saranno solo le più note Rosalie Montmasson e Antonia Masanello a parteciparvi in prima persona: oltre alle numerose popolane siciliane vale la pena ricordare il gesto della contessina piemontese Maria Salasco. Maria, dopo aver preso parte, appena quindicenne, alle Cinque Giornate di Milano, dopo essere fuggita dal convento dove il padre l’aveva rinchiusa, esule a Londra, nel 1854 incontra Giuseppe Garibaldi: ha appena ventun anni. Da allora aiuta la causa garibaldina e la troviamo a Marsala nel 1860: si occupa delle ambulanze militari, ma quando alcune navi borboniche, all’improvviso, si avvicinano alla riva e aprono un fuoco intenso, mirato sui garibaldini, Maria, a cavallo con la spada in mano, riconduce alle loro postazioni gli artiglieri che, impauriti, stanno fuggendo. Lei stessa, riportato l’ordine, punta il cannone contro le navi borboniche.
A Napoli, quando si accende la lotta per la liberazione della città prima dell’ingresso di Garibaldi, è una donna che infiamma gli animi, Marianna De Crescenzo,  della “la sangiovannara”, Ostessa del quartiere Pignasecca, nota fra la gente del posto proprio per il suo mestiere, nel 1860 affida al marito l’osteria e imbraccia il fucile, incoraggiando il popolo a sostenere Garibaldi.
Nel 1861 guida le donne per acclamare l’Unità di Italia e nel quartiere la portano in trionfo. Sarà lei a spiegare al popolo la nuova situazione, a far amare “o re galantuomo”, a distribuire consigli e soccorsi. Dopo il 1861 non se ne hanno più notizie, ma a Pignasecca è rimasta la sua leggenda.
Troviamo lo stesso sentimento, coniugato in altri modi, nelle donne compagne di vita dei nostri patrioti: in loro l’amor patrio coincide con l’Amore, lo rafforza e lo moltiplica.
Giulia Calame, la gonfaloniera del Friuli, viene dalla Svizzera, sposa il grande attore e patriota Gustavo Modena, ne condivide la causa e con lui si arruola a Venezia fra i combattenti della libertà. Sarà anche responsabile del settore infermieristico a palma nova e a Roma, dove aveva seguito il marito combattente.
La funzione di crocerossina è una caratteristica di molte donne patriote, anche perché rientra a pieno titolo in quell’aura di accadimento che accompagna da sempre la donna, italiana in particolare.
La rivoluzione politica e sociale, in atto, portata avanti dalle donne, trovava conforto nel pensiero di Mazzini e nelle azioni di Garibaldi.
Mazzini, nel suo scritto I doveri dell’uomo, sottolinea l’uguaglianza dei diritti e dei doveri tra uomini e donne, aggiungendo che solo un lungo pregiudizio tiene la donna fuori dal diritto di voto. Garibaldi riconosce in più occasioni il valore delle patriote e la loro capacità organizzativa, ma lo stato unitario fu sordo a ogni richiesta.
Salvatore Morelli, patriota pugliese imprigionato per la sua attività antiborbonica, scrive in prigione a Ventotene, un libretto (la donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire) che potè essere pubblicato solo nel 1861, quando uscì dal carcere. E’ interessante il proclama finale del libro, giunto alla terza edizione: “Care signore il mondo è di chi se lo sa prendere. Se voi volete la vostra posizione giuridica dovete conquistarvela. Profittate del momento in cui l’Italia volge a migliori destini […] propugnate il vostro diritto.”
Concetti impervi da declinare al femminile: i diritti che potevano riconoscere alle donne un’autonomia mai vista prima prefiguravano un mondo alla rovescia di cui forse le donne stesse avevano timore: la cellula della famiglia restava l’unica che conoscessero a fondo e non intendevano metterla in discussione con eccessive libertà. Eppure si battevano allo scoperto, alla luce del sole, partecipi degli obiettivi nazionali, ma lontane dal rivendicare i diritti individuali. Si può dire che a fronte di una  partecipazione attiva alla vita politica, riconosciuta e apprezzata, ci sia stata un’esclusione sul piano della rappresentanza e dei  diritti, in pratica la conferma di quella “legale subordinazione” di cui parlerà a lungo negli anni seguenti John Stuart Mill.  In questa fase le donne sembrano, secondo Simonetta Soldani, essere tese ad assicurarsi il privilegio di condividere le tappe fondanti della patria comune. Piuttosto che ad acquisire inediti diritti individuali, percepiti allora come espressione di un egoismo fuori luogo.
Donne del Risorgimento – Il Mulino

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