Accenni sulla storia della biancheria femminile

di Chiara Basso

Immaginiamo di aprire un vecchio baule contenente indumenti intimi femminili ormai ingialliti dal tempo. Il primo capo che ci capiterà tra le mani sarà sicuramente un bustino.
Tutte le signore e le ragazze di buona famiglia lo indossavano. Anzi dovevano indossarlo.
Il bustino costruito con stecche di balena era un segno sia di distinzione sociale che di rettitudine morale: più la donna si stringeva in questa tremenda morsa, si diceva, più il suo carattere e la sua educazione sarebbero stati retti. Tanto valeva iniziare il prima possibile, così anche le ragazzine di dieci o undici anni venivano accuratamente serrate in questi strumenti di tortura. Da quell’età in poi non se ne sarebbero più liberate, neanche tra le pareti domestiche perché il busto conferiva alla donna quel portamento dignitoso che andava mantenuto in ogni occasione.
Inoltre il busto aveva la capacità di plasmare il corpo rendendo il punto-vita sottile come un giunco.
Chi non poteva vantare un vitino da vespa, non poteva nemmeno aspirare ad un buon matrimonio. Allora le madri non facevano che stringere i lacci dei busti delle proprie figlie causando loro quei malori, con frequenti svenimenti, che rendevano le gentili donzelle ancor più interessanti. Oggi sappiamo che non perdevano i sensi per un particolare tipo di sensibilità d’altri tempi, bensì per difficoltà respiratoria e per la compressione degli organi interni.
Eppure le donne non potevano farne a meno. La loro capacità di seduzione dipendeva in gran parte da questo capo intimo che imprigionava il loro corpo, lo rendeva inarrivabile e perciò desiderabile.
durante l’Ottocento i centimetri di pelle esposta erano un bene da somministrare con parsimonia e le donne ne erano del tutto consapevoli.
Padroneggiavano molto bene le dinamiche della seduzione e la prova delle loro conoscenze ci viene confermata dalle rocambolesche avventure da un altro indumento intimo: i mutandoni.
Erano considerati un vezzo per prostitute e donne di malaffare, che li indossavano per scatenare le fantasie erotiche maschili. Anche le attrici ne facevano uso per potersi muovere sul palco senza la paura di dover esibire troppo. Per questo esordio nei bassifondi i mutandoni faticarono non poco a conquistare le sfere alte della società.
Inizialmente non erano concessi nemmeno alle ragazzine perché si temeva che indossandoli si sarebbero sentite troppo libere e avrebbero dimenticato le buone maniere.
poi, però la praticità ebbe la meglio e non solo le bambine incominciarono ad indossare i mutandoni , ma incominciarono a portarli anche le mamme. I vantaggi che potevano offrire erano innegabili, ad esempio le gambe erano più riparate dal gelo invernale. Particolare non trascurabile perché gli innumerevoli strati di sottogonne non riuscivano ad opporsi agli spifferi che s’intrufolavano sotto le crinoline. E forse nemmeno a contenere occhiate particolarmente indiscrete.

Rivista Ottocento n. 4 Ottobre-Novembre

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2 thoughts on “Accenni sulla storia della biancheria femminile

  1. Ciao,credo che, spesso quelle furtive occhiate era volutamente cercate.Per il busto posso solo dire che era una inutile tortura,se una era obesa non dimagriva nemmeno incapsulata.Stupide torture si praticavano anche in giappone dove alle bambine si fasciavano i piedi per impedirne la crescita,con il solo risultato di deformarli.La stupidità è internazionale.
    Ciao,fulvio

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    • Le donne hanno spesso subito torture sia fisiche che psicologiche. Ma voglio lanciare una provocazione sperando di non scatenare un putiferio di insulti, ma solo un dialogo civile: perchè non si ribellano? perchè continuano a farsi trattare da oggetti di bella presenza senza cervello (vedi TV)?
      Venerdì e sabato ho guardato sanremo e ho apprezzato molto la De Filippi per la sua sobrietà, mentre mi ha disgustata la Clerici, pomposa con l’ambaradan mezzo fuori, di una volgarità…

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