Bianca, Cecilia, Teresa e le altre di Claudia Galimberti (I parte)

Erano tante, erano intelligenti, coraggiose, appassionate: dal Nord al Sud in un incredibile crescendo di unione e solidarietà le donne italiane, senza distinzione di classe sociale, popolane e aristocratiche, borghesi e contadine, risvegliavano gli animi agli ideali rivoluzionari.
Usavano i tradizionali saperi femminili per cucire coccarde e bandiere, inventare cappellini patriottici o mazzetti di fiori tricolori. La loro inventiva arrivava a creare modelli di abiti che nascondevano i colori della bandiera nelle ampie pieghe o indossare sciarpe fruscianti di colori italiani che riempivano i teatri di patriottici messaggi. E persino a inventare, sulla base del sistema dell’orlo a giorno, un codice per i messaggi segreti.
Ma la loro fu anche una lotta di parole, di versi, di suoni, scrivono articoli, musicano inni e li suonano al pianoforte; le poetesse decidono di abbandonare l’intimismo per parlare di amor patrio e di ribellione allo straniero, pronte a diffondere i loro componimenti e a correre rischi in prima persona. Combatterono come soldati e furono imprigionate.
Nasce all0inizio del 1821 il ramo femminile della Carboneria: le affiliate si chiamavano Giardiniere perché ufficialmente s’incontravano nei giardini delle loro ville per parlare di erbe e di fiori. Ogni gruppo era chiamato “aiola” ed era formato da nove donne. Potevano portare un pugnale, nascosto tra la calza e la giarrettiera, solo dopo aver superato un lungo apprendistato. Il loro motto era “Onore e virtù”.
A questo motto furono fedeli le Giardiniere arrestate dalla polizia austriaca perché sospettate di azioni eversive. La polizia aveva ragione: queste donne avevano costituito in breve tempo una rete segreta che inviava messaggi in tutta Italia, nascosti nelle trecce dei loro capelli, nelle crinoline dei vestiti, nelle loro menti che mandavano a memoria nomi e luoghi. Le donne viaggiavano per la penisola, ma anche all’estero, diventando il collegmento tra gli esuli e la madrepatria, consapevoli di rischiare la prigione e la morte. Camilla Fa, Matilde Vis Contini Dembowski, Bianca Milesi, Maria Frecavalli, vengono segnalate dall0imperatore in persona al ministro della Polizia conte Sedlnitzsky, perché siano sorvegliate attentissimamente. E’ il 3 settembre 1823 e da allora ogni loro spostamento viene seguito e annotato.
Il fiume Ticino, via di passaggio tra i due gruppi di liberali, piemontesi e lombardi, tante volte attraversato nei loro viaggi segreti, diventa il segnale dei loro collegamenti. La Milesi, la Frecavalli, e la Dembowski vengono arrestate e inquisite. Non faranno alcun nome, non chiederanno alcun privilegio: si comporteranno  secondo il moto carbonaro, “onore e virtù”, suscitando lo stupore del governatore della Lombardia, conte Strassoldo. Bianca Milesi, con i capelli tagliati corti, scarpe grossolane, vestiti semplici, senza trine e crinoline, sfidò apertamente il conte che la accusava di portare messaggi segreti dicendo: “ e dove, di grazia, dovrei nasconderli? Nelle trecce che non ho, nelle pieghe degli abiti che da tempo non indosso più?” La sua fermezza conquistò anche Carlo Cattaneo, che scrisse una sua biografia.

D’altronde era stata lei a suggerire il sistema di scrittura clandestina ispirato al punto a giorno, tipico dei corredi e tanto familiare alle donne use a ricamare anche se rivoluzionarie.
Quello che è interessante osservare, infatti, è che le donne del Risorgimento, interpreti delle prime manifestazioni dell’emancipazione femminile, non rinnegano il loro ruolo di madri, mogli, sorelle. Insistono su un altro aspetto, sulle modalità: non vogliono essere dedite esclusivamente alla cura della casa, ripiegate sulle faccende domestiche, escluse dalla sfera politica. Pretendono una piena partecipazione alla vita politica e l’uguaglianza sul piano sociale, proprio perché madri, figlie, mogli e sorelle di patrioti.
Non dismettono quindi il ricamo, continuano ad accudire i figli, ma nello stesso tempo partecipano in prima persona, con i loro talenti, la loro coraggiosa disponibilità, e con le armi in pugno, al riscatto della patria.

Cecilia De Luna, una napoletana carbonara delle prima ora, va oltre: intuisce che la partecipazione delle donne le mette in una situazione di rottura con l’ordinamento politico e sociale esistente. “I liberi muratori, i generosi carbonari, che tanto operarono per la patria non permetteranno certamente che le loro sorelle restino serve come sempre, nella comune servitù donnesca”: scrive così la De luna in un appello rivolto nel 1821 alla Massoneria e alla Giovine Italia. Continuerà quest’opera di rottura, scrivendo una Breve dissertazione sull’istruzione donnesca ed esortazione alle mie concittadine a sperarla, nella quale auspica “una felice rivoluzione tra le pareti domestiche” in grado di recuperare alla civiltà la metà femminile del genere umano. Sposata al patriota Folliero, sarà costretta all’esilio in Francia. La figlia, giornalista, muore in Inghilterra dove lascia a sua volta una figlia che sarà un’attiva suffragetta, a testimonianza della catena virtuosa che si stabilisce tra le donne e le generazioni. E’ un legame che attraversa tutto l’Ottocento e si ritrova in particolar modo nel mondo femminile.

Teresa Berra, la mazziniana amica di Sara Nathan, è figlia di una carbonara affiliata nel 1821; Felicia La Masa, attiva patriota che conosce il marito in viaggio verso la Repubblica romana, è figlia di Carolina Bevilacqua, la bresciana che nel 1848 seguì le truppe piemontesi con un ospedale da campo che aveva, a sue spese, completamente attrezzato.
Nel giugno del 1828, quando nel Cilento scoppia una rivolta legata alla Carboneria e organizzata da Antonio Galotti, la moglie, Serafina Apicella, fallita la ribellione, viene arrestata, torturata, legata a una fune e calata in un pozzo. Le verseranno della pece bollente sulle braccia per punirla della sua partecipazione e per essere moglie del ribelle. Condannata a 25 anni di prigione, riuscì a liberarsi dopo qualche anno e a raggiungere in Francia il marito esule.
Molte altre parteciparono in prima persona alla lotta armata, fin dai moti carbonari, al Sud come al Nord: le troviamo sulle barricate di Milano, Novara, Mantova, Venezia; nel Cilento, come in Campania, in Sicilia nel 1848 e nella spedizione dei Mille.
Per costruire le barricate, a Messina come a Milano, a Novara e a Venezia si usa il materiale che di volta in volta il quartiere offre, dalle diligenze della posta alle quinte di teatri, dai sassi delle strade alle panche delle chiese, e poi materassi, botti, fascine di legna che possono rotolare davanti ai rivoltosi in una sorta di barricata mobile.
E’ dietro a questi ripari improvvisati che a Palermo, il 12 gennaio 1848, Santa Diliberto, merciaia, distribuisce agli uomini le coccarde tricolori che nella notte ha cucito, tappezzando anche i carri e i materassi dei colori della nazione. A Messina Rosa Donato, una tosatrice di cani, manovra un vecchio e pesante cannone spingendolo per le vie cittadine ovunque ci sia bisogno di una bordata. Morirà nell’incendio delle polveri da sparo, accese per far saltare i cannoni nel momento della resa. Accanto alla Donato, Giuseppina Vadalà, con il fucile in pugno, incita i cittadini a ribellarsi e a combattere l’esercito borbonico: la sua voce forte di donna popolana abituata a farsi sentire anche da lontano sovrasta il rumore dei moschetti.
A Milano, a porta Comasina, una ragazza di 17 anni, Giuseppina lazzaroni, imbraccia il fucile e non sbaglia un colpo. In via San Vittore una giovane tessitrice, Maria Giuditta Galimberti Facchini, lancia sassi dalle finestre  della sua casa: viene ferita da una fucilata quando scende in piazza per raccogliere altre pietre. A Borgo Santa croce la prima barricata viene eretta da Luigia Battistoni Sassi con selci divelti dalla strada e con la legna sottratta alle provviste per l’inverno. Luigia strappa a un soldato le pistole, le usa per minacciarne altri cinque, che si arrendono: da allora comincia a combattere senza fermarsi per  cinque giorni.  Ferita da una fucilata, guadagnerà una medaglia al valore e una pensione di 365 lire, decretata dal governo provvisorio. Con il ritorno degli austriaci, nel 1849, emigra negli Stati Uniti.
Non mancano alle donne infinite invenzioni per proteggere i congiurati. La leggendaria bella Gigogin, giovanissima orfana piemontese in fuga dal suo istituto per raggiungere nel marzo del 1848m i rivoltosi milanesi non esita a improvvisare un incontro d’amore per proteggere Mameli dall’arresto degli austriaci.
Mameli è salvo, mentre lei viene arrestata. La vulgata intorno alla sua figura  racconta che riesce a fuggire dal carcere per correre a Roma. Compare dieci anni dopo, sul campo di battaglia di Magenta, dopo aver trascinato le truppe al canto di “daghela avanti un passo” il ritornello della canzone che porta il suo nome. Di lei si perdono le tracce; forse morì in battaglia. Ma resta l’alone della sua leggenda sulle note della canzone il cui ritornello è stato l’inno patriottico più cantato prima della Canzone degli italiani, cioè l’inno di Mameli.
Donne del Risorgimento – Il Mulino

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