Premessa del libro

“Grande più che non si crederebbe fu il numero delle donne uccise” scrisse, dopo le Cinque Giornate di Milano, Carlo Cattaneo, uno dei grandi padri del Risorgimento, ricordando tutti i mestieri dei caduti: tra loro c’erano levatrici, ricamatrici, modiste, cucitrici, alcune giovinette.

Nell’Ottocento, durante la “Primavera dell’Italia”, le donne che in vario modo si erano impegnate per la causa, combattendo sulle barricate come a Milano, o affrontando la prigione o impegnando i loro averi, o anche solo preparando (non senza rischio) coccarde tricolori, avevano avuto immediati, generosi riconoscimenti dalle più importanti figure dell’epoca.
Ma una volta spenti i riflettori sull’epoca risorgimentale, quando si manifestò il desiderio del ritorno alla normalità, le donne scomparvero rapidamente dalla memoria storica. Certo, ad alcune di loro sono stati dedicati studi specialistici e diverse di loro venivano ricordate a livello locale: ma le donne del Risorgimento non sono entrate a far parte dei testi scolastici o divulgativi, nei libri cioè che formano la cultura di base dei cittadini.
Eppure la presenza femminile si era manifestata a largo raggio, coinvolgendo donne di diversi ambienti sociali in tutte le regioni d’Italia. Fu dunque un fenomeno significativo che ebbe una doppia valenza: le donne hanno dato il loro consistente apporto alle lotte per l’unità d’Italia, ma allo stesso modo i moti del Risorgimento sono stati fondamentali per le donne. Le hanno fatte uscire dalle loro case e dal percorso di vita, privato e marginale, assegnato loro dalle famiglie, per porle più al centro, nello spazio pubblico. Per la prima volta nella nostra storia le donne si sono sentite cittadine.

Questo nostro libro vuole ora offrire una parziale riparazione alla “dimenticanza” che ha colpito le patriote italiane e il loro duplice, rivoluzionario percorso: politico e umano.
Ci siamo proposte di far conoscere il contesto nel quale sono vissute, le loro speranze e le loro traversie, le critiche ma anche la stima e l’ammirazione che fu loro manifestata dalle grandi figure del Risorgimento.
Raccontiamo di Cristina Trivulzio di Belgioioso che, protagonista di un personalissimo intreccio di vita, azione e pensiero politico, partecipò a tutto tondo alla causa italiana, di Colomba Antonietti che era figlia di un fornaio e morì sugli spalti del Gianicolo, di Enrichetta Caracciolo, monacata a forza e poi fondatrice della prima loggia massonica femminile, di Antonietta De Pace, cospiratrice pugliese che fu arrestata quando fu vista ingoiare due proclami di Mazzini e rinchiusa in una cella dove non poteva neppure distendersi, di Enrichetta Di Lorenzo, la coraggiosa compagna di Pisacane, di Margaret Fuller, americana, e Jessie White Mario, inglese, entrambe protagoniste e testimoni con i loro scritti, l’una della repubblica romana, l’altra della spedizione dei Mille, di Anita Garibaldi, non solo moglie ma anche intrepida guerrigliera, di Antonia Masanello, la garibaldina che fu scoperta donna quando, in battaglia, le volò via il berretto che le nascondeva i capelli di Rosalie Montmasson, unica donna che partì da Quarto con i Mille, di Sara Nathan, banchiera della rivoluzione e collaboratrice strettissima di Mazzini, della contessa Maffei, che fece del suo salotto di Milano il più importante centro cospirativo del liberalismo lombardo, di Peppa la cannoniera, una delle tante donne del popolo che avevano combattuto nella rivolta di Catania nel 1860, di Giuditta Tavani Arquati, uccisa nel 1867 dagli zuavi del papa re mentre incitava i trasteverini a insorgere e unirsi a Garibaldi.
Per ragioni di spazio molte altre donne coraggiose vengono ricordate solo brevemente, pur essendo state famose all’epoca. Impossibile citarle tutte perché sono centinaia quelle di cui sarebbe giusto conservare memoria.
C’è da chiedersi in che modo, in un paese che aveva un grandissimo numero di analfabeti (le donne che sapevano scrivere all’epoca erano solo il 13% della popolazione) e diverse polizie sempre all’erta, poterono diffondersi questa voglia di fare l’Italia e la convinzione che era arrivato il momento di dire basta all’ordine costituito e alla tirannia della famiglia. Chi furono i propagandisti dei tempi nuovi? Dove e tra chi avvenne il passaparola?
Per le donne del popolo la risposta è facile: la strada, il mercato, il lavatoio. Le aristocratiche avevano istitutrici a casa e relativa facilità di procurarsi libri, anche francesi mentre per gli uomini la formazione politica passava dai luoghi di studio e di lavoro, dall’osteria o dai caffè con le loro salette appartate. Per gli uomini e donne dell’elite del tempo numerosi salotti rappresentarono un vivaio di idee e un0incubatrice di propositi rivoluzionari. Ma ci furono anche altri modesti modi femminili di propagandare la causa: ventagli ricamati con frasi patriottiche, confezioni di coccarde e di bandiere e anche vere e proprie mode che si diffondevano rapidamente. Come il “cappello alla calabrese” per ricordare il breve respiro di libertà dei patrioti reggini del 1847, copricapo presto proibito dal governatore di Milano.
Sulle donne e sugli uomini che sapevano leggere, paradossalmente esercitò notevole influenza uno scrittore che certo rivoluzionario non era: Alessandro Manzoni. I promessi sposi, pubblicati nel 1827, ebbero un successo straordinario per l’epoca: seicento copie vendute in meno di venti giorni. La trama, che vedeva due giovani di modesta condizione sociale difendere ostinatamente la loro libera scelta matrimoniale, lottando contro i potenti e i costumi del tempo, fu percepita come un segnale di tempi nuovi, ben più forte, ovviamente, fu l’influenza degli scritti di Giuseppe Mazzini, diffusi di mani in mano e pazientemente copiati.
In un’Italia allora innamorata della musica lirica, che veniva suonata con ogni mezzo a ogni angolo di strada, anche l’opera riuscì a mobilitare la voglia di cambiamento, sia politico sia sociale. Non a caso l’entusiasmo per Giuseppe Verdi si trasformò nell’acronimo rivoluzionario diventato celebre :” Viva Verdi” gridato a gran voce significava “Viva Vittorio Emanuele re d’Italia”.

Fu però La bella Gigogin, un motivetto cantabile e con allusioni politiche, a diventare il filo conduttore del Risorgimento e ad accompagnare le marce dei giovani che andavano a combattere (ancora oggi La bella Gigogin è cantata dai bersaglieri che l’hanno adottata come loro inno ufficiale).
Strana storia quella della polka musicata dal maestro Paolo Giorza, incentrata sulla vicenda di una giovinetta forse mai esistita. La leggenda vuole che una ragazza di nome Gigogin, vezzeggiativo piemontese di Teresina, sia apparsa, tremante di freddo, il 22 marzo 1848 sulle barricate di porta Tosa, a Milano, dichiarando di essere fuggita dal collegio. Riuscì ad arruolarsi tra i volontari lombardi e poi a diventarne vivandiera. Sempre secondo la favola popolare avrebbe così conosciuto Goffredo Mameli e tra i giovani sarebbe scoppiato un grande amore. Dopo la sconfitta di Custoza la bella Gigogin avrebbe percorso le terre che erano state nuovamente occupate dagli austriaci cantando “daghela avanti un passo”, ritornello che fu interpretato come un invito a muoversi verso est,per riprendersi le terre italiane.
Forse non è un caso se questa figura femminile diventò il simbolo del Risorgimento. Ai miopi storici del Novecento, che non si sono accorti di quante donne hanno contribuito a realizzare l’unità d’Italia, il ritornello della La bella Gigogin suona ancora oggi come uno sberleffo.
da “Donne del Risorgimento”  Il Mulino

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