Alla ricerca del senso perduto

“La filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale la vita rimane tale e quale”.

Quante volte ho sentito questa frasetta, pronunciata più o meno ironicamente, ma fin dagli anni del liceo mi sono impegnata per smentirla, e oggi guardando indietro il mio cammino di docente, ahimè ormai più che trentennale, e di donna impegnata nella società civile, posso affermare con gioia che questa ipotesi è interamente falsificata; così come fortunatamente è da smentire un luogo comune molto frequente da circa un secolo, con periodiche fiammate o cadenze, ovvero lo slogan di una “morte della filosofia”: se in tanti corrono e sono corsi al capezzale di questa grande ammalata, la sentenza definitiva non è stata stilata neppure dai suoi più accaniti avversari.

Anzi in anni recenti si è assistita ad una grande popolarità della filosofia (festival si susseguono in tante città italiane); si mostra anche una chiassosa banalizzazione di argomenti riservati una volta solo agli addetti ai lavori ed ora presentati nelle forme più commerciali, addirittura si parla di fame della filosofia, dopo aver argomentato e parlato della sua crisi.

Simone de Bouvoire

Queste affermazioni tuttavia non escludono la necessità di formulare alcuni quesiti: esiste nei nostri tempi lo spazio di una ricerca filosofica? Dopo le accuse di anacronismo che nascono dal grande progresso scientifico, sì che l’unica possibilità per la filosofia sembra quella di ridursi a epistemologia, ossia farsi portatrice di una razionalità minimalista, appiattita sulla tecnica e limitata nella debolezza dei modelli proposti, cioè i modelli dell’efficientismo, del pragmatismo esasperato, dell’utilitarismo immediato? Interrogativi che si possono riassumere: crisi, morte o rinascita della filosofia?
La nostra rubrica tenterà di scavare all’interno di queste domande, volendo aprire un dibattito (necessario) e un confronto sul ruolo della filosofia nei nostri inquieti tempi, poiché la soluzione alle crisi contemporanee non può trovarsi nel rifugio in irrazionalismi o fondamentalismi teoretici, né in un supplemento di ragione, pedine tutte di una scacchiera disgregata e distruttiva.
La filosofia, invece, può opporsi al nemico comune – la perdita di senso -, senza innalzare barriere difensive contro i paradossi ineliminabili e di fronte alle sfide della nostra epoca, o peggio ancora arrendersi a esse; la riflessione può attraversare “il ruscello di fuoco” di tali confronti, assumendosi il fardello di tradurre nel linguaggio filosofico i segni contraddittori della realtà, incamminandosi sulla strada di un pensiero altro, di un pensare altrimenti di cui parlano molti filosofi/e contemporanei/e, per comodità accomunabili sotto il segno di pensiero della differenza.

Simone Weil

Si tratta di un cammino precario, non più una costruzione sistematica, né una marcia trionfante, ma una parola balbettante, incerta, costituita di avanzamenti e di stasi, fragile e inquieta, lacerata e conflittuale, lontana da enfatizzazioni ed esaltazioni emotive, che corre il bel rischio di cui parlava già Platone, impegno che, anche, in solitudine tra luci e ombre, tenta di uscire dalla crisi di senso che oggi viviamo dopo la stagione del nihilismo gnoseologico e non solo, che abbiamo attraversato.
Cammino errante, sotto il segno de quaerere più che dell’affirmare.
All’interno del pensiero della differenza poi vorremmo procedere aiutate dal pensiero della differenza sessuale – o pensiero femminista, o filosofia di genere, termini non sovrapponibili, ma per ora assunti come una costellazione di riflessioni – che si intreccia con i temi relativi alla caduta del soggetto monolitico, e all’irrompere dell’alterità o della pluralità nel cuore del sé. In particolare l’ipotesi di lavoro imprescindibile per affrontare le varie questioni risiede nella dualità di genere come fattore indispensabile di interpretazione del sé, del mondo e della storia quale rinveniamo nelle riflessioni di molte pensatrici femministe, quali Luce Irigaray, Judith Butler, Rosi Braidotti, la Comunità di Diotima, e molte altre.

Luce Irigaray

Il punto di partenza, infatti, di ogni riflessione, ma anche come vedremo dell’etica, della politica come degli studi letterari, artistici storici e teologici, è stato ripensare il sé da parte del soggetto, e del soggetto femminile, evitando almeno nelle riflessioni più ‘meditate’ sia l’egualitarismo astratto come una mistica della femminilità.
A questo proposito mi piace ricordare Hannah Arendt, una delle grandi madri del ‘900 che così caratterizza il suo porsi nello studio “essere lì sempre con tutta me stessa”, cioè non tralasciare mai la concretezza esistenziale che ci segna.
L’incontro con le filosofe – Simone de Beauvoir, Luce Irigaray, Simone Weil, Edith Stein, Maria Zambrano, etc. – ma anche con le storiche e le teologhe, ha aperto per me (e non unicamente per me) un mondo, è cambiato il mio modo di pensare ed essere, non solo per l’allargamento dei temi, ma per la metodologia della ricerca, per la scelta degli argomenti, per il privilegiamento di certe domande stesse perché i Gender Studies o Women’s Studies (sulla cui definizione torneremo) rappresentano sia un progetto critico che mette in discussione le forme di discriminazione ed esclusione che i saperi perpetuano e sia un progetto creativo, che apre spazi alternativi all’autorappresentazione e autodeterminazione intellettuale delle donne e tale potenziale eversivo non deve andare perduto nella loro istituzionalizzazione.
Stimolate e “risvegliate” da quelle pensatrici e da altre, possiamo affrontare il percorso e il compito di disegnare nuove mappe del mondo in cui ci troviamo a vivere, destrutturando e ristrutturando significati già codificati, risemantizzando campi linguistici, reagendo al vuoto di memoria, all’assenza nella storia, giacché si tratta di far emergere un continente da troppo tempo sommerso, continente frastagliato caratterizzato da tante regioni unite da affinità diversamente relazionate, ma riconducibile a quello che con una studiosa americana (S.Moeller Oikin) chiamo “il prisma dell’appartenenza sessuale”. Espressione con la quale si allude all’itinerario percorso dai Women’s studies esplosi, con molta generalizzazione, negli anni Sessanta e da allora presenti in un cammino qualitativamente e quantitativamente di grande crescita. Il vasto sviluppo di ricerche in tale ambito e in contesti disciplinari molto diversificati, ha mostrato come sia necessario fare i conti con il pensiero femminista all’inizio del terzo millennio e non solo per la ricca produzione bibliografica, ma anche per l’arcipelago di posizioni, appunto un prisma di grande originalità e forza che può confrontarsi paritariamente con la tradizione filosofica (e spesso questa si mostra impreparata).
Ne deriva una tela di argomenti diversi, ma intrecciati, incroci imprevisti, legami tra settori e tra sapienze differenti, che rispecchiano un mio modo di intendere e cioè “la filosofia è indisciplinata”.
Nel dialogo che inizia oggi mi propongo di portare alla luce i nodi che la filosofia, forte di un’esperienza plurisecolare, con tutta la serietà – ed anche con la leggerezza – che le proviene dalla tradizione, ma altresì aperta al nuovo e alle contemporanee fonti del sapere, può chiarire, esplicitare, manifestare.
Senza pretese di soluzioni definitive.

di Francesca Brezzi
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