Carla Accardi

Carla Accardi è un’artista che ha attraversato più di una stagione e le tante fasi che hanno scandito l’evoluzione pittorica della Roma degli ultimi sessant’anni. Fa parte di quella generazione che ha determinato la fine dell’emarginazione della creatività femminile, come ne fanno parte Louise Nevelson e Louise Bourgeois o anche Agnes Martin e Niki de Saint Phalle. Siciliana di Trapani, dove è nata nel 1924, Carla Accardi è una signora tranquilla e decisa, calma in società ma agilissima nei continui viaggi interiori, sempre pronta a corteggiare l’imprevisto, ad esercitare l’avventura. Una foto di Elisabetta Catalano, del 1997, la presenta pensosa, con lo sguardo rivolto verso un altrove, e insieme decisa come suggerisce la mano posta sulla gamba nel tipico atteggiamento di chi è in “surplace” ma pronta a scattare. Non più snella è la figura ma le labbra carnose sono le stesse, i lisci capelli, che incorniciano il viso, gli stessi degli autoritratti giovanili eseguiti nel ‘46. Il mio interesse per Carla Accardi è figlio di una passione recente, nata, quasi per folgorazione, nei primi anni novanta, quando, nei miei studi su Angelica Kauffmann, mi sono imbattuta in un suo Bacco ed Arianna. Un omaggio ad Angelica, rivissuto attraverso la sua particolare tecnica del “segno”. Da allora, con lo zelo proprio degli iniziati, ho svolto ricerche sulle pubblicazioni, visitato mostre sull’artista (Castello di Rivoli, 1998; Galleria Borghese 2002; Museo Laboratorio dell‘Università della Sapienza, Roma 2000; Macro, Roma 2004; l’ultima, in ordine di tempo, a Villa Remmert, Ciriè, che è stata aperta fino al 10 gennaio 2007). E una pittrice attiva da un abbondante mezzo secolo da quando giovanissima, aveva cominciato a disegnare alberi e case della campagna siciliana o a rappresentare, con un pennellino e l’inchiostro a china, ritratti molto somiglianti degli amici. A Firenze, dove frequenta l’Accademia, ammira gli affreschi del Beato Angelico; la colpiscono la purezza dei toni del colore e il modo con cui esso è steso: una lezione che terrà presente nel corso dei suoi lavori. Poi il grande salto: il trasferimento a Roma nel 1947 e la militanza nel gruppo Forma. I suoi compagni d’avventura sono Attardi, Consagra, Turcato e Sanfilippo, che diventerà suo marito nel 1949. Formano un bel gruppetto di pittori che si ritrova tra via Margutta, via del Babuino e Piazza del Popolo. Un altro luogo preferito è la trattoria Menghi sulla Flaminia dove, per sdebitarsi dei conti non pagati, affrescano le pareti con punti e virgole. Unica donna, in un consesso interamente maschile, redige e firma il Manifesto del gruppo Forma, formulato sulle basi di una ideologia che intendeva affermare l’urgenza della pittura astratta nell’epoca contemporanea. Insieme anche ad altri giovani ”arrabbiati”, che si chiamano Perilli e Dorazio, si inserisce nel vivo del dibattito figurativo-non figurativo, impegno politico e non, che caratterizza l’arte italiana ed europea tra la fine degli anni quaranta e il decennio successivo. Se, infatti, fino al 1952, la sua ricerca artistica si muove sulla linea della pittura costruttivo-concretista, dal 1954 la sua attenzione si sposta e si concentra tutta sul “segno”. Il “segno” che le è stato compagno in tutta la sua produzione. Non è il suo un segnale assoluto ed inflessibile come in Giuseppe Capogrossi ma un “segno” perpetuamente variabile che, aggregandosi ad altri, in figure inattese e sconosciute, sembra tracciare danze sulla superficie. «I segni, dice l’artista in una conversazione con Vanni Bramanti, si scambiano questa loro vita solitaria e l’insieme che compongono, intrecciandosi ed inserendosi nella superficie del quadro, rappresenta con infinite varianti la vita e indica all’osservatore un modo per riconoscersi e capirsi. Il mio scopo è di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo». Arciere in bianco, esposto alla personale, organizzata dalla Galleria S. Marco di Roma nel 1955, registra un momento cruciale della pittura dell’artista, che avvia una definitiva evoluzione rispetto al linguaggio di esordio e giunge alla dialettica severa del bianco e nero. Non sono colori ma sono, entrambi, luminosi, disposti a scambiarsi vicendevolmente sulla superficie il ruolo di “figura” e di “fondo”; suscitatori di un’ambiguità percettiva calcolata. Una sorta di scrittura enigmatica, priva di “messaggi”, come fu pronto a riconoscere Michel Tapié, gran padre dell’informel francese. Sarà Tapié a consegnare, per la prima volta, la nostra Carla alla platea internazionale: si susseguiranno, da questo momento, mostre collettive e personali presso le maggiori Gallerie d’avanguardia, a Parigi, Roma. Osaka, Pittsburgh, Tokyo, Londra. A partire dagli anni sessanta la scrittura abbandona la dialettica secca del bianco e nero e si accende di colori, accentuando il valore cromatico nella bicromia: i rossi di fiamma, gli azzurri, i viola, i verdi, gli aranci. Rettangolo rosso, 1960, Arancio verde 1961, Rosa-azzurro, Rosso lilla, entrambi del 1961, Rosso-viola (62-63), richiamano alla mente i colori della terra di Sicilia e conferiscono al quadro, come afferma Germano Celant (Carla Accardi, Charta, 2001), un «potere ammaliante ed estatico». Quasi contemporaneamente nuovi materiali si sostituiscono alla superficie pittorica tradizionale della tela e della carta. Ecco irrompere, nei lavori, il sicofoil, una leggera pellicola trasparente fissata su telai grezzi. Su questo materiale plastico, l’artista interviene con gli arabeschi e le spirali del suo arcano alfabeto, stesi a larghe sagome, che sembrano galleggiare nel vuoto. E una produzione tutta in funzione della luminosità della materia “materia congelata in luce”. Al suo interno, si collocano alcune prove esemplari dell’intero percorso creativo della Accardi: Tenda, Triplice tenda, Rotoli con cui l’artista “entra nell’ambiente” estendendo i suoi interventi allo spazio reale. «Uso il sicofoil come luce, mescolanza, fluidità con l’ambiente intorno: forse per togliere al quadro il suo valore di totem». Chi ha visitato la mostra che Danilo Eccher ha dedicato all’artista, nel 2004, al Macro di Roma, ha potuto interagire con questa struttura aperta e trasparente. «Sembra sottendere, è ancora Celant ad affermarlo, la necessità di consolidare il dialogo tra il dentro e il fuori, tra passato e futuro, tra maschile e femminile». La prima Tenda è del 1965. L’anno precedente l’artista è stata presente, con una sala personale, alla Biennale di Venezia. I suoi compagni di strada, in questi anni, sono Pistoi e Carla Lonzi. Grazie a loro intreccia contatti e scambi con Giulio Paolini e Luciano Fabro e si avvicina al gruppo di Torino dell’arte povera. Con Carla Lonzi compie viaggi, si impegna in conversazioni sulla creatività come veicolo della propria identità, sulla necessità di una ricerca consapevole e determinata dell’autonomia femminile. Un impegno nel “privato” della sua attività di artista che, inevitabilmente, all’epoca delle contestazioni del ‘68, diventerà “politico”. L’uso del sicofoil si estende anche nel corso degli anni settanta. Poi, a partire dagli anni ottanta, l’artista si impegna in una ricerca che vede intensificarsi il colore e ricoprire superfici di tela grezza. Ora i segni vengono tracciati attraverso stesure ricche e corpose, forti, ciascuna, della propria differente energia. A volte sono macroscopici, diventano più chiaramente allusivi, ricordano becchi di uccello, foglie, piume, falci, onde: la vita con la sua energia. Gridi di dipinte piume. 1985, Nella rete dei rami, 1989. C’è Matisse, con il suo cromatismo gioioso, esplicitamente citato in Matissiana del 1982. Nominata Accademica di Brera, nel 1996. riceve, nello stesso anno, a Roma, l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce. E l’anno in cui si inaugura una sua opera permanente, realizzata in mosaico, per la metropolitana di Roma. Attraversare l’arte secondo prospettive inedite è un modo di procedere congeniale a questa “nomade dell’arte”. In linea con le avanguardie storiche dal Fu turismo al Surrealismo, non ha disdegnato di entrare nel mondo della moda, di realizzare disegni per le stoffe delle sorelle Fontana, gioielli e ceramiche, anche un arazzo per la nave Raffaello. Questa è Carla Accardi. Un’artista con la vocazione spesso dichiarata di «stare al fianco della contemporaneità, di amarla e interpretarla nel suo farsi, nel suo mutare, mettendo in gioco, ogni volta, il patrimonio già acquisito». Sarà presente in una collezione permanente, recentemente acquistata dal Museo Regionale d’Arte Contemporanea di Palazzo Riso, a Palermo. L’ inaugurazione è prevista, se non ci saranno problemi, per dicembre di quest’anno. E questo l’omaggio ad un’artista “storica” che ha onorato ed onora la terra di Sicilia. Iolanda Leccese da Leggere donna.
E’ mancata il 23 febbraio 2014

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3 thoughts on “Carla Accardi

  1. Contenta che ti sia piaciuto. Parlare di donne non significa solo denunciare violenze e percosse…Il mondo femminile è qualcosa di complesso e di magico tutto da scoprire che è necessario descrivere…o sbaglio?

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