Centri anti-violenza

Da Nord a Sud, da Torino a Siracusa, sono centinaia le volontarie che attraverso l’associazionismo offrono ascolto, sostegno e ospitalità alle vittime di maltrattamenti. Ma la costante diminuzione dei contributi economici da parte delle istituzioni (laddove il contributo esiste) può  compromettere la sopravvivenza dei servizi

Sono centinaia. Determinate, informatissime, appassionate. E volontarie. Le donne che ogni giorno nei centri antiviolenza d’Italia danno supporto alle vittime di stalking o maltrattamenti sono una grande risorsa per il Paese, di cui però si parla pochissimo. Nelle loro associazioni (quando hanno la fortuna di avere una sede), da vent’anni lavorano per dare ascolto, sostegno, consulenze legali e ospitalità alle vittime, prendendo in carico ogni situazione fino alla sua risoluzione e aiutando donne prive di mezzi economici o culturali, traumatizzate e prive di autostima, a trovare un lavoro e a recuperare fiducia e autonomia. È solo grazie a posti come questi che nel 2012 il numero dei femminicidi si è fermato a 125. Ma questo enorme servizio sociale non viene riconosciuto a dovere dallo Stato e si svolge in solitudine, senza quasi alcun tipo di sostegno economico. Le volontarie dei centri italiani (che sono circa un centinaio) generalmente si autotassano per pagare l’affitto, il telefono, la benzina che serve per andare a prendere le donne in pericolo e portarle nelle case rifugio. In cambio, offrono un vero e proprio servizio di reinserimento sociale e organizzano anche corsi nelle scuole e con le forze dell’ordine, per insegnare a gestire le situazioni di violenza secondo un’ottica di genere. Le abbiamo intervistate da Torino a Siracusa, raccogliendo le loro storie di ordinaria difficoltà.

Solo un terzo dei centri è aiutato da convenzioni pubbliche”. Il coordinamento D. i. Re – Donne in Rete contro la violenza, conta oltre sessanta associazioni. “Solamente un terzo – spiega la presidente Titti Carrano – ha firmato, nel tempo, convenzioni pubbliche con enti locali. Gli altri due sopravvivono grazie a donazioni di privati o fondi erogati vicendo bandi per progetti di un anno o due. Alcuni ricevono qualche sovvenzione da Comuni e Provincie, fondi con cui a malapena sopravvivono, e comunque i tagli al welfare hanno penalizzato anche le convenzioni, fra tagli e mancati rinnovi. Mancano leggi che vincolino gli enti locali a finanziare interventi a favore delle donne maltrattate. Per la normative vigente, destinare fondi per i progetti contro la violenza di genere resta una scelta discrezionale delle amministrazioni locali”.

Lottare per la sopravvivenza significa, molto banalmente, trovare ogni mese i soldi per pagare le utenze: affitto, telefono, elettricità, acqua. “Si tratta di uno sforzo enorme  –  continua Carrano – lasciato sulle spalle delle volontarie, a fronte di un problema grave come la violenza sulle donne, che in Italia conta in media una vittima ogni due o tre giorni”. Secondo i dati raccolti dal coordinamento, sono 14mila le donne che si rivolgono ogni anno ai centri e rappresentano solo una minima parte delle vittime di violenza: il sommerso, precisa Carrano, potrà emergere solo con interventi mirati. “Confidiamo che il Governo ratifichi la Convenzione di Istanbul al più presto e che risponda alle cinque richieste contenute nel Manifesto D. i. Re.

Roberta Agostini, della conferenza nazionale delle donne del Pd, lo scorso 8 febbraio ha risposto con una lettera alle richieste di D. i. Re, con l’impegno a sostenerle nella prossima legislatura. Confidiamo dunque nell’assunzione di responsabilità politica del problema della violenza sulle donne. “Tagliare fondi ai centri o negarli – conclude – significa chiudere la porta in faccia alle donne e ai loro figli, se ne hanno, e rimandarle a casa a subire violenza. Significa fare della violenza sulle donne un destino”.

“Avanti grazie alle rette dei servizi sociali, ma pagano con 6 mesi di ritardo”. L’associazione Donne & Futuro Onlus di Torino fa parte della Rete Nazionale Antiviolenza 1522 e offre supporto alle vittime di maltrattamenti grazie ai progetti “Help House, un posto per te”, “Accogliere le donne” e “Help, un percorso per ricominciare”: le sue operatrici gestiscono servizi di accoglienza in strutture protette, accompagnano le donne in ospedale o a sporgere denuncia, valutano il rischio di recidiva e di escalation nei casi di maltrattamenti, offrono sostegno psicologico, aiutiamo le donne a cercare un lavoro o una casa e formano poliziotti, avvocati, medici, educatori, psicologi, insegnanti e volontari che a qualunque titolo si occupano di violenza contro le donne. “Attualmente però – spiega la presidente Anna Maria Zucca – il centro non dispone di alcun finanziamento pubblico. La costituzione degli spazi protetti “Help House” è avvenuta grazie ad un anticipo delle socie, pari a circa 50mila euro, che ha consentito la ristrutturazione e l’adeguamento dei locali e dell’arredo. Lo spazio attivo da luglio 2011 accoglie mamme con bambini e ospita un’equipe multiprofessionale di volontarie. I servizi sociali pagano una retta e questo dovrebbe consentire il sostentamento ma purtroppo abbiamo aperto in un momento di recessione e i ritardi dei pagamenti sono mediamente di 6 mesi, mentre noi alle donne dobbiamo provvedere tutti i giorni. Oggi disponiamo di quattro spazi protetti che potrebbero accogliere fino a 10 persone ma dallo scorso dicembre abbiamo ospitato solo una mamma e un bambino. Perché non arrivano più le donne? È fisiologico che in 18 mesi ci sia un mese di vuoto, o il reale problema è che i servizi, pur avendo casi di maltrattamenti, non possono sostenere i costi?”.

L’attività di formazione ha consentito di ricevere finanziamenti che hanno, se pur in minima parte, contributo al pagamento di affitti e utenze. In particolare, il centro di ascolto è nato nel 2006 grazie al finanziamento di una fondazione pari a 30mila euro e, nel 2008, un altro di 40mila ha consentito la realizzazione dello spazio protetto “Accogliere le donne”, che può ospitare fino a 7 persone sole, e successive altri piccoli finanziamenti hanno permesso il potenziamento dei servizi del centro di ascolto “Help”, che di norma fornisce aiuto a 360 gradi a circa 170 donne l’anno e può accogliere 10 persone ed eventualmente anche 2 neonati (con l’arredamento dell’ultimo spazio diventeranno 16 le donne e 4 I neonati).

Sempre a Torino, il Telefono Rosa Piemonte si mantiene con finanziamenti in parte derivati dalle quote associative e dalle donazioni volontarie. “Un grande aiuto – spiega il presidente Lella Menzio – viene dalle fondazioni bancarie che su particolari progetti o sull’attività istituzionale hanno erogato, fino al 2012, un contributo importante. Ovviamente, essendo un’associazione di volontariato, i contributi coprono le spese e le azioni professionali su specifici progetti, che però possono attuarsi solo grazie al volontariato. Negli ultimi anni sono molto diminuite le opportunità legate ai bandi ma le maggiori difficoltà vengono dalle risorse degli enti locali, ridotte del 60%”.

Da Vicenza a Cuneo: sopravvivere con tesseramenti, mercatini e piccole donazioni. Anche nel resto del nord Italia le cose non vanno meglio. A cominciare dall’associazione DonnaChiamaDonna di Vicenza, altra onlus che non riceve finanziamenti pubblici. “Ci sosteniamo con tesseramenti, mercatini o altro”, spiega una delle operatrici. “Il Ceav (centro antiviolenza) – continua – è nato da pochi mesi e usufruisce di un finanziamento di due anni, poi ci attiveremo. Non credo proprio che ci siano tagli, perché non ci sono finanziamenti!”. Anche il Telefono Donna di Cuneo offre un punto di ascolto telefonico e di accoglienza alle donne che vivono situazioni di difficoltà, di disagio o che sono vittime di violenza. “La nostra sede è aperta 4 volte alla settimana – spiega un’operatrice – e siamo disponibili negli orari e nei giorni più favorevoli a chi chiama. Facciamo parte della Rete Antiviolenza del Comune di Cuneo, gestiamo corsi di auto-aiuto aperti a donne vittime di violenza, interveniamo nelle scuole superiori della città per incontrare i giovani. Ci manteniamo con le quote associative delle volontarie, con quello che ricaviamo da manifestazioni e interventi sul territorio, con piccoli contributi del Comune. Da alcuni anni la Provincia non dà più nulla così come non danno più nulla le banche e questo condiziona le nostre attività  e i nostri progetti”.

“Fondi tagliati dalla Provincia dell’89%. Non abbiamo firmato“. In Toscana, l’Associazione Amica Donna opera nel territorio della Valdichiana senese, a Montepulciano, presso la sede del Servizio associato Centro pari opportunità, e a Chiusi, presso il Palazzo Comunale. In seguito ad accordi con i servizi sociali dei Comuni interessati e con la Asl 7 Zona Valdichiana, sono stati costituiti dei fondi di emergenza per il pagamento di spese legali e psicologiche alle donne e, dalla sua costituzione, Amica Donna ha di fatto ampliato l’attività. “Abbiamo una convenzione con l’unione dei Comuni pari a 5mila euro l’anno – spiega il presidente Assunta Bigelli – e ne avevamo una con la Provincia pari a 10mila euro, fondi che ci hanno permesso di pagare le consulenze psicologiche e legali. La convenzione con la Provincia è stata fatta nel 2008 ma nel 2013 ci è stata tagliata dell’89% dall’assessora alle Pari Opportunità della provincia di Siena: abbiamo deciso di non firmare perché 1000 euro ci è sembrata una somma vergognosa”.

L’associazione è formata da 12 socie di cui 8 operatrici attive. Tutte lavorano gratuitamente, tutte fanno anche un lavoro diverso: “Facciamo fatica a mantenere le operatrici formate – continua Bigelli – perché, non avendo la possibilità di riconoscere loro almeno una parte delle ore dedicate al servizio, dopo un po’ le perdiamo. Mensilmente, fra tutte, dedichiamo 550 ore alle attività dell’associazione. Non abbiamo programmi a lungo termine: rischiamo di diminuire i giorni e le ore dell’accoglienza, rischiamo anche la chiusura. Cercheremo di fare progetti e cercare fondi per autofinanziarci, per non mandare perduto il lavoro e l’impegno di 10 anni. Per essere operatrice di un centro antiviolenza c’è bisogno di una formazione continua ma il nostro impegno non viene riconosciuto economicamente: il rischio è quello di rimandare l’immagine che il lavoro di cura spetti alle donne senza dar loro alcun valore, usate e trattate come oggetto anche dalle istituzioni”.

“Chiedono affitti spropositati e nessuno ci aiuta“. “Noi siamo presenti da 15 anni sul territorio di Roma, in zona nord est. Siamo nate come associazione di donne nel 1993 e abbiamo aperto un centro antiviolenza nel 1997”, spiega Gianna Urizio, presidente del Centro Donna L. I. S. A. di Roma, che gestisce uno sportello di ascolto e uno legale. “Facciamo formazione – continua – abbiamo sviluppato progetti di prevenzione nelle scuole, presso i medici di base e nei supermercati. Abbiamo nel nostro centro corsi di italiano per straniere, corsi di alfabetizzazione informatica e una biblioteca. Il nostro centro è composto esclusivamente da volontarie ed è autofinanziato, quindi non sta soffrendo dei tagli! Di certo le istituzioni pubbliche non ci sono di aiuto: i locali in cui operiamo sono di proprietà dell’Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale), che non ci riconosce un affitto sociale, ci chiede più di 20mila euro di arretrati e ci ha comunicato la fine della locazione per quest’anno. Come questo influisca sulle donne del territorio non è facile misurarlo ma, certamente, se alle spropositate richieste di affitto e alla fine della locazione seguiranno i fatti ci saranno centinaia di donne private di un luogo che per 15 anni è stato gratuitamente ed efficacemente a disposizione di tutte”.

“Il Comune non ci ha ancora dato una sede”

“Dalla nostra apertura nel 2010 ad oggi – spiega Laura Russo, presidente dell’Associazione Volontarie Telefono Rosa di Napoli – siamo andate avanti autotassandoci e con qualche donazione privata. Alla fine del 2012 abbiamo vinto un bando promosso dal Ministero delle Pari Opportunità, insieme al Telefono Rosa di Roma, per l’ampliamento del nostro servizio. Aspettiamo i tempi fisiologici per l’erogazione dei fondi. L’unica cosa che abbiamo chiesto al Comune di Napoli, invece, era una sede, un locale dove svolgere gratuitamente le nostre attività, ma non lo abbiamo ancora ottenuto. Attualmente siamo ospiti presso un centro privato (CIFRIC) con conseguenti e gravi limitazioni del servizio. È difficile immaginare che un centro antiviolenza possa continuare ad esistere senza un riconoscimento e un sostegno istituzionale: il rischio è la chiusura”.

“Sempre alla mercè del funzionario di turno“. L’associazione Telefono Donna di Potenza è nata nel 1989 con statuto indipendente, come centro antiviolenza senza fondi pubblici. “Siamo sia un centro antiviolenza che una casa di ospitalità. Dal 2001 – spiega la presidente Cinzia Marroccoli – su nostro progetto gestiamo la Casa delle Donne Ester Scardaccione, in convenzione con il comune di Potenza, grazie a un fondo regionale dedicato di 100mila euro annui, che ci sono sempre stati dati con il contagocce. Questo fino al 2008. Poi per circa due anni non abbiamo avuto più nulla e da 24 siamo passate a 12 ore giornaliere di assistenza. Nel 2010 abbiamo firmato una convenzione, direttamente con la Regione Basilicata, di 90mila euro e poi nel 2011 siamo passate a regime di retta, con grandi difficoltà. Avendo noi 5 posti letto, arriviamo, a capienza massima, a 73mila euro di spesa l’anno, oltre ai quali dobbiamo pagare l’affitto e i tre contratti part-time a tempo indeterminato per le operatrici. Ma sempre senza sapere quando e se arriveranno i contributi. È una precarietà che dilania e che ci mette sempre alla mercè dei o delle funzionarie di turno. Viviamo in attesa di una da tempo promessa legge regionale”.

“Con l’istituzione della nuova provincia BAT anche il contributo simbolico comunale ci è stato tolto“.  A Barletta c’è un centro che offre da 15 anni ascolto e sostegno alle donne e ai minori vittime di violenza, aperto al pubblico 3 giorni alla settimana e che fornisce alle utenti la possibilità di concordare appuntamenti in base alle loro specifiche esigenze. “Inizialmente – spiega Tina Arbues, presidente dell’Osservatorio Giulia e Rossella – il centro era comunale e percepiva un contributo annuo di circa 10mila euro. Con l’istituzione della nuova provincia BAT (Barletta, Andria, Trani) nell’anno 2010-2011, il piano di zona ha stabilito che i centri antiviolenza non potessero essere più comunali ma solo provinciali e così il nostro Comune ha ‘lasciato’ che continuassimo ad occupare l’immobile, di proprietà comunale, ma ha smesso, dal 2012, di erogare anche il contributo simbolico in attesa del bando provinciale che attendiamo da ‘soli’ 2 anni. Tutto ciò ha provocato una gran difficoltà nel realizzare progetti a medio e lungo termine per le donne e i loro figli e ha prodotto un aggravio delle spese per le professioniste volontarie (ci auto-tassiamo anche per pagare le varie utenze). Non sappiamo quando ci sarà il bando e, soprattutto, siamo seriamente preoccupate per i criteri di ammissione che la Provincia potrà prevedere per poter anche solo concorrere”.

“Abbiamo aiutato 1400 donne autotassandoci. Non dobbiamo dire grazie a nessuno”. Da Torino si arriva alla Sicilia, dove esiste uno dei coordinamenti antiviolenza più attivi d’Italia. “Noi non temiamo tagli – spiega Raffaella Mauceri, fondatrice e direttrice della rete provinciale dei centri antiviolenza-antistupro e antistalking di Siracusa – perché non abbiamo mai beneficiato di contributi pubblici di qualsivoglia entità. Sin dalla fondazione, nel 2002, ci sosteniamo autotassandoci, cioè con soldi provenienti dalle nostre tasche. È così, con i nostri soldi, che paghiamo le bollette telefoniche, l’assicurazione obbligatoria, le spese di cancelleria, il carburante, le manifestazioni pubbliche e via cantando. Se avessimo soltanto sperato di ricevere aiuto economico dagli enti locali, i nostri 15 centri antiviolenza non sarebbero mai nati. Ad oggi, invece, abbiamo accolto oltre 1400 donne e i loro figli minori, offrendo assistenza psicologica, legale, sociale, pedagogica e un immediato rifugio in caso di pericolo. Il tutto a titolo solidale e gratuito. Non dobbiamo dire grazie a nessuno”.

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3 thoughts on “Centri anti-violenza

  1. Le violenze contro le donne sono continue a iniziare dalle prepotenze dentro le mura domestiche sia a livello psicologico che fisico. Ho un’amica artista, quella rara volta che piglia una tela e incomincia a dipingere suo marito le dice: , con tono sarcastico, e l’invita, piuttosto, a mettere in ordine il cassetto della cucina dove la pasta ha fatto gli animaletti. Se non è violenza questa, e tutto solo perché le femmine sono fisicamente più delicate dei maschi: io li farei partorire. Ecco. Che vergogna.

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