Elisa Agnini

Nel 1896 nasceva a Roma l’Associazione per la Donna, ad opera di alcune giovani signore, tra cui Giacinta Martini, Alina Albani, Virginia Nathan ed Elisa Agnini. Era una delle prime del genere in Italia e raccoglieva le esponenti più vivaci ed attive del nascente movimento femminista romano, la cui storia è stata ultimamente ampliata ed arricchita grazie al ritrovamento delle carte di Elisa Agnini. rimaste sino a poco tempo fa confuse in mezzo ai documenti di suo marito, l’avvocato e deputato socialista Vittorio Lollini.

Elisa fu uno degli elementi di spicco dell’associazionismo femminile nei primi vent’anni del secolo e lavorò con impegno e competenza battendosi per la tutela delle donne e per il conseguimento dei fondamentali diritti politici e civili. Del lavoro svolto in vent’anni di attività dell’Associazione parla lei stessa in una lettera del 1919 indirizzata ad una giornalista francese in cui sottolinea che il contenuto del programma è «non seulement feministe mais aussi social» e ne elenca poi i seguenti punti fondamentali «L’educazione popolare, l’inserimento delle donne nelle scuole miste, il divorzio, il suffragio femminile, la ricerca della paternità, la difesa dei minori, la protezione del lavoro delle donne e dei fanciulli, ed altre riforme secondarie che furono materia di una lotta continua contro i pregiudizi e le ingiustizie della società».

Tra queste sperequazioni particolarmente odiosa era la differenza di retribuzione tra uomini e donne; gli slogan A uguale lavoro uguale salario, A uguali titoli uguale carriera, si diffusero con sempre maggior frequenza soprattutto dopo il grande impegno profuso dalle donne durante la guerra, quando dovettero sostituirsi agli uomini al fronte in molte attività, da cui fino ad allora erano state escluse, dimostrando di cavarsela egregiamente. Ma al ritorno dei reduci molte di loro, accusate di rubare il posto ai padri di famiglia e di concorrenza sleale per i bassi stipendi (quasi si fosse trattato di una loro scelta!) furono cacciate dai posti di lavoro.

Frattanto, negli ambienti borghesi. per le poche donne che iniziavano a frequentare l’università era poi impossibile accedere agli ordini professionali, almeno sino a quando, grazie alle forti pressioni delle femministe, con la legge Sacchi nel 1919, venne abolita l’autorità maritale che le aveva sempre mantenute in condizioni di totale dipendenza, giuridica ed economica, dal coniuge.

Elisa Agnini fu particolarmente sensibile al problema, anche per motivi di famiglia; le sue figlie si erano infatti tutte laureate. In un intervento sull’ammissione degli uomini nel Comitato Pro Suffragio Femminile, del cui direttivo faceva parte, sostenne appassionatamente che «quando gli uomini e le donne collaborano assieme per qualche riforma morale od economica portano gli uni e le altre il loro contributo di pensiero e d’azione che, appunto perché diverso è più completo e più efficace nei risultati. Indole disparate si integrano per legge di natura e formano un tutto armonico… Per me in ogni manifestazione della vita, ci deve essere cooperazione tra i sessi, anche se l’idea per cui si combatte interessa apparentemente un sesso solo».

Si era intanto accesa una polemica tra il movimento femminista ed il partito socialista che ne criticava la trasversalità accusandolo di servire interessi borghesi; quando nel 1910 il Comitato Pro Suffragio chiese al partito Socialista di pronunciarsi a favore del voto alle donne, Turati si oppose poiché temeva che col loro voto avrebbero rinforzato i partiti conservatori a causa «della loro pigra coscienza politica». Anche Bissolati affermava che la proposta femminista aveva lo scopo di attribuire maggiori diritti alla donna solo «entro la cerchia delle forme di proprietà e di famiglia borghese»

Da questa accusa Elisa si difese accoratamente in una lettera scritta al quotidiano del partito «L’Avanti»! nel 1908: «Sappi caro Avanti! Che nel C.P.F. vi sono donne di ogni partito, tutte volonterose e pronte non solo ad associarsi a qualunque movimento di operai che dovesse sorgere, ma ad iniziarlo, se sarà loro possibile, per mezzo della propaganda… lo socialista, moglie di socialista e che ho il vanto di aver formato coscienze socialiste, pur diffidente in principio del buon risultato che si sarebbe ottenuto, sono contenta ora di prendervi parte, perchè ho avuto campo di convincermi che siamo, come primo inizio del movimento, sulla buona via».

Allo scoppio della prima Guerra mondiale Elisa si dedicò con costanza ed energia a lavori di rilevante impatto sociale. Sempre attenta ai problemi delle donne si rese conto che la lontananza degli uomini al fronte rendeva ancor più precaria la loro situazione giuridica ed economica. Decise allora di fondare un Comitato per l’assistenza legale per le famiglie dei richiamati, con l’appoggio morale e tecnico di suo marito, che poteva offrirle un’utile consulenza giuridica. Coadiuvata da altre associazioni, leghe cooperative, comuni e parlamentari democratici, si propose di agire presso il Governo per ottenere l’aumento e l’estensione del sussidio anche alle famiglie illegittime e l’abolizione della autorizzazione maritale. Decise inoltre di aprire un ufficio per espletare le pratiche per la legittimazione dei matrimoni e dei figli naturali. Dopo una dura lotta ed i rifiuti dei ministri Salandra ed Orlando, finalmente nell’On. Bissolati si trovò «terreno assai favorevole». Nella relazione finale del 30 dicembre 1918 Elisa poteva a buon diritto concludere con fierezza il lavoro svolto in quattro anni:
«Per ciò che riguarda la concessione delle pensioni di Guerra alle famiglie irregolari possiamo dichiararci completamente soddisfatti.., essa è stata estesa anche alla madre non coniugata del militare riconosciuto da essa come figlio naturale… Avremo quindi la soddisfazione d’aver portata la nostra pietra al nuovo edificio sociale basato sull’ uguaglianza dei diritti dei due sessi».

La Guerra aveva anche messo in evidenza un grave problema che il perbenismo del tempo si sforzava di rimuovere: l’enorme numero di figli illegittimi con le conseguenze che ne derivavano, dagli abbandoni che riempivano i brefotrofi, alla difficoltà di integrare in una società classista i figli di nessuno, alle dispute legali che si verificavano negli ambienti più evoluti.

La legislazione vigente proteggeva strettamente la famiglia legittima dai danni morali e soprattutto patrimoniali che avrebbe potuto arrecarle il riconoscimento di eventuali figli naturali. Ma durante la Guerra il fenomeno assunse dimensioni tali da colpire anche le coscienze più tiepide: la mortalità nei brefotrofi raggiunse punte del 93% (a Roma nel luglio1917 su 71 “esposti” ci furono 69 morti). Vi furono quindi numerose richieste di una legge che permettesse la ricerca della paternità. In un articolo sul giornale socialista Uguaglianza la Agnini scriveva nel 1917:

”Molti progetti sono stati presentati al Parlamento, ma nessuno, sia pure sotto veste borghese. andò in porto. Ora ve ne sono due: il progetto Meda ed il progetto Lollini. Il primo s’arresta alla soglia della famiglia, non ammette cioè la ricerca della paternità per il figlio adulterino. Il secondo, che si fonda sul principio della responsabilità, la quale deve essere l’anima della nuova morale sociale, non esclude nessun caso, estendendo la ricerca anche ai figli adulteri e ai figli incestuosi. Solo chi è socialista ed è perciò libero dai pregiudizi borghesi, vede la profondità dei mali sociali e può fare opera di vera e profonda rigenerazione»

Si riferiva con queste parole al progetto che suo marito Vittorio aveva preparato, forte anche della sua lunga esperienza di avvocato e per la cui stesura si era certamente avvalso dei suggerimenti di Elisa.

La proposta di legge, che fu presentata nel 1922, prevedeva sostanziali modifiche di diversi articoli del codice civile a favore dei soggetti più deboli, le donne ed i loro figli, ma fu purtroppo respinta.

Finalmente nel 1919, venne approvata alla Camera la proposta di concedere il voto alle donne, ma prima che il Senato potesse votarla le Camere vennero sciolte per nuove elezioni.

Per riproporla bisognò aspettare il 1922, quando l’on. Modigliani richiese semplicemente l’estensione alle donne di tutte le leggi vigenti sull’elettorato politico e amministrativo. Purtroppo, prima della discussione, nell’ottobre vi fu la Marcia su Roma.

Poche settimane prima, a 64 anni era morta Elisa. colpita da un tumore all’esofago.

Con l’avvento del fascismo si inaugurò una politica sempre più restrittiva nei confronti delle donne. colpendole soprattutto nei diritti civili: basti pensare alle modifiche introdotte nel Codice Penale, il delitto d’onore, il divieto del controllo delle nascite, il reintegro della subordinazione al coniuge. Ma il campo in cui il Governo attuò una vera politica di discriminazione fu quello del diritto allo studio ed al lavoro. Con lo stesso metodo che verrà poi utilizzato nella politica razziale, l’attacco alla libertà femminile iniziò dalla scuola, dove fu loro vietato di insegnare storia e filosofia e di essere Presidi di istituti: per scoraggiare la scolarizzazione delle ragazze le tasse studentesche per loro vennero aumentate, mentre si riducevano drasticamente le assunzioni di personale femminile nel pubblico impiego. Inoltre esse vennero completamente escluse da molte delle carriere più prestigiose; forse non tutti ricordano che l’accesso alla Magistratura è stato aperto alle donne solo nel 1963.

Scorrendo le carte di Elisa, considerando gli argomenti trattati e le proposte presentate dal movimento femminista romano colpiscono la modernità delle idee e l’attualità degli argomenti affrontati; nei primi anni 70. nelle riunioni dei collettivi femminili, nei “piccoli gruppi” si parlava più o meno delle stesse cose. Per quasi cinquant’anni, dall’avvento del fascismo al 68, in Italia il movimento femminista è rimasto quasi paralizzato da un lungo sonno delle coscienze, solo parzialmente e solo a livelli elitari smosso dalla concessione del suffragio. Il nodo cruciale dei diritti civili, divorzio, aborto, controllo delle nascite, parità nel lavoro e nei salari sarebbe stato seriamente affrontato solo a partire dagli anni 70 e non è ancora stato risolto.

Di Silvia Mori da Leggere Donna

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