Anna Politkovskaja*

Una voce spezzata

da Leggere donna del gennaio-febbraio 2007

Di Giuseppina Rando.

Anna Politkovskaja, una delle più coraggiose giornaliste russe, è morta assassinata a mosca il 7 ottobre 2006. Chi l’ha uccisa? Le indagini sono tuttora in corso, mentre si moltiplicano continuamente gli appelli e le manifestazioni (in Russia e nel mondo) per un’inchiesta seria e completa sull’accaduto. Lascia due figli in lacrime, ma lascia anche chi ama la libertà e la democrazia e rispetta i diritti dell’uomo nel più cupo sconforto. Riflettere su delitti come questo dovrebbe essere quasi un esercizio mentale necessario per capire qualcosa di quel che avviene nel mondo.Si rimane stupefatti, stupiti dalle continue anse della Storia e ci si continua a porre domande. D’altra parte non si conosce altro metodo per approfondire il tema della dittatura, travestita da democrazia. Sì, perché non è vero che viviamo in libertà: a lato della nostra esperienza empirica, i diritti umani, sotto varie forme, continuano ad essere violati e le torture esistono in ogni angolo della terra.Anna Politkovskaja aveva denunciato con veemenza le torture in Cecenia: ne aveva scritto su Cecenia. Il disonore russo e per questo era stata minacciata di morte.Cosa avverrà ora in Russia? Ma questa non è una domanda che possono farsi le democrazie occidentali né tanto meno può porsi Jacques Chirac, ex Presidente francese che ha decorato il capo del cremino con la grande croce della Legion d’Onore. Già, perché la Russia, e su questo non si discute, è una democrazia fondata sul gas e sul petrolio che esporta. Se non li esportasse tornerebbe a essere la buona, vecchia dittatura di un tempo.

Anna P. era nata a New York nel 1958, dove i suoi genitori erano diplomatici sovietici all’ONU. Completò i suoi studi alla facoltà di giornalismo dell’università statale di Mosca, una delle più prestigiose dell’Urss. Lo status diplomatico dei suoi genitori le permise di consultare libri che all’epoca erano al bando, permettendole di scrivere la tesi di laurea su una poetessa quasi proibita, l’emigrata Marina Cvetaeva. Con l’arrivo della perestrojka, Anna collaborò con i quotidiani più indipendenti che in questi anni cominciarono a emergere e ad affermarsi. Lei stessa racconta: « I giornalisti avevano biglietti gratis tutto l’anno. Potevano prendere qualsiasi aereo e andare dove volevano. Ho girato in lungo e in largo il nostro enorme paese. Venivo da una famiglia di diplomatici, ero una lettrice accanita, un po’ secchiona. Non sapevo niente della vita… Sotto Gorbaciov, da un punto di vista economico, la vita diventò più difficile, ma politicamente fu tutt’altro che uno shock. Era pura felicità, quello di poter leggere, pensare e scrivere tutto ciò che volevamo. Era una gioia. Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà»Ma appena i nuovi paesi dell’ex Unione Sovietica hanno cominciato a camminare sulle loro gambe, è scoppiata una scoppiata una serie di guerre intestine. La più feroce è quella (continua ancor oggi) per riconquistare il controllo della piccola regione della Cecenia. Anna si venne a scontrare con la realtà divenendo una delle croniste più tenaci del conflitto, autrice dei reportages dalla Cecenia. Infine la graduale trasformazione in “personaggio”, quasi “figura di riferimento” all’opposizione alla guerra, mediatrice (purtroppo senza successo) fra autorità e terroristi nella tragedia del teatro “Na Dubrovke”.Anna Raffetto, una slavista che l’ha conosciuta di persona ha scritto: «non era una giornalista-star quella donna di 48 anni con lo sguardo sempre serio dietro gli occhiali e la voce tranquilla, che sembrava più una professoressa che un’intrepida inviata di guerra. Non si metteva mai in posa. . . c’era in lei tanta passione, quasi una missione».Ha rischiato la vita quando, in viaggio verso Beslan, subito dopo il sequestro degli ostaggi nella scuola, qualcuno le ha versato del veleno in una tazza di tè. Il filosofo Andrè Glucksmann, all’indomani dell’assassinio della giornalista scrive: «Era una donna straordinaria. Era stata decine di volte in Cecenia e ogni volta il ritorno non era mai assicurato. Mi ha raccontato che era stata intimidita con una sorta di finta esecuzione, era braccata dall’esercito russo, le davano la caccia. Ma lei si sentiva in missione. Le avevo detto molte volte: fermati, prenditi uno o due anni di riposo, le avevo proposto delle borse di studio in Germania o negli Stati Uniti. Ha sempre rifiutato. Perché sentiva di avere una missione: salvare l’onore della Russia. Quale onore? Non era certo una nazionalista, amava semmai la grande cultura russa, i suoi poeti e scrittori. Per questo rischiava la vita e sapeva che rischiava la vita. Ogni volta che la salutavo le dicevo: arrivederci, forse».I libri o gli scritti di Anna Politkosvkaja non possono considerarsi ‘ letteratura” né minuziose analisi politiche: racconta semplicemente quello che vede intorno a sé, le vite delle persone che incontra, l’ambiente in cui queste vite – e la sua stessa – si svolgono e lo fa con puntiglio, cercando tutti i documenti e le testimonianze che possono confermare i nodi cruciali del racconto. L’ultimo suo libro, La Russia di Putin, infatti, non è un trattato di politologia sull’autocrazia elettiva o sulla democrazia guidata, ma – come lei stessa ha detto – un insieme di «appunti appassionati a margine della vita come si vive oggi in Russia».La cronaca degli avvenimenti correnti s’intreccia con microstorie di gente comune che di fronte alle ingiustizie reagisce, ora adattandovisi, ora cercando d far sentire la propria voce. Dettagliatissima, come solo una giornalista può realizzare, la storia del processo del colonnello Jurij Budanov che ha combattuto le due guerre cecene e che è stato insignito di due medaglie al valore, sebbene sia stato accusato di aver strangolato e stuprato nel corso di un interrogatorio una diciottenne cecena, sospetta di essere un cecchino. Un posto centrale occupa l’esercito, uno dei “pilastri” del lo Stato sul quale poggia il potere dei siloviki (gli uomini dei ministeri della forza), la ristretta cerchia che costituisce l’ossatura politica e ideologica del putinismo .Se tutto il racconto della Politkovskaja risulta come uno spietato atto d’accusa’ contro il regime putiniano, non dipende da un pregiudizio ideologico o politico, ma solo dalla drammatica condizione del la vita nella Russia di oggi: un paese dove il contrasto tra quanto è scritto – le leggi, la costituzione, la firma nei trattati internazionali, le dichiarazioni pubbliche – e quanto viene praticato tutti i giorni dal potere, è abissale; un paese dove le persone, la loro dignità, la loro vita non contano assolutamente nulla, un paese dove arbitrio e corruzione sono la regola ferrea cui pochissimi sfuggono.La Russia di Putin svela, dunque. quale è veramente la vita oggi in Russia e Vladimir Putin non appare più come il “bravo, volenteroso ragazzo”, che certa stampa occidentale ha descritto, ma come il protagonista di uno strano fenomeno di valenza politica multipla. Egli, infatti, piace a George Bush e piace anche ai più accaniti antiamericani; abilissimo nel riuscire a far convivere una realtà economica e sociale da capitalismo ottocentesco con l’ideologia nazionalista, bigotta e conservatrice degli ultimi zar Romanov; “il tutto” coperto da ingannevoli richiami ai benefici sia della “libera impresa” che a quelli dei “bei tempi brezneviani”, quando la potenza miliare era forte e la sicurezza sociale pagata con il divieto di ogni dissenso.Nelle ultime pagine del libro l’autrice si chiede: «Perché ce l’ho tanto con Putin? Perché il tempo passa. Quest’estate saranno sei anni che la seconda guerra in Cecenia è iniziata affinché Putin potesse diventar Presidente. E non se ne vede la fine.., perché le stragi di bambini – tra bombe e pulizie etniche – sono rimaste impunite. In Cecenia i militari continuano a comportarsi come è stato loro permesso da che la guerra è iniziata: pensano di essere in un poligono di tiro senza nessuno intorno, bambini compresi. Perché ce l’ho tanto con Putin? Per tutto questo. Per una faciloneria che è peggio del ladrocinio. Per il cinismo. Per il razzismo. Per una guerra che non ha fine. Per le bugie».L’immagine della Russia che ne esce è molto cruda (anche se non mancano i segni della speranza) ed è talmente basata su dati e documenti, su fatti di cronaca e atti, su testimonianze e racconti di singole persone normali che si percepisce come naturalmente e tragicamente vera.La Russia di Putin venne pubblicato, per la prima volta, in Gran Bretagna nel 2004, dato che in patria le possibilità per farlo erano e sono sempre minori: l’autrice certo sapeva benissimo quanto all’Occidente, che le consentiva di pubblicare i suoi libri, in realtà poco importasse la tragedia sociale e morale del popolo russo e quanto preferis se riverire Vladimir Putin e comprare il suo petrolio.Un giorno qualcuno chiese alla Politkovskaja se – secondo lei – fossero necessari generazioni prima che il suo paese diventasse veramente libero. «Non vorrei mai dover dire che serviranno generazioni», rispose. «Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo è rispettato».Voce e desiderio infranti.

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