Storia delle donne (IV parte)

Storia delle donne Cronologia (1890 – 1915) A cura della dott.ssa Maria Chinigò (le schede sono state curate nell’ambito di una ricerca promossa dalla Commissione Nazionale Parità)

1891

  • in Italia viene presentata alla Camera la proposta di legge Gianturco sulla condizione giuridica dei figli naturali;

1892

  • viene emanata in Francia una legge che vieta alle donne di lavorare per più di 11 ore al giorno e che le tutela, insieme con i bambini, da stabilimenti insalubri e da lavori pericolosi;
  • in Germania Clara Zetkin fonda la «Gleichheit», organo del movimento delle donne socialiste tedesche e internazionaliste che si propone di dare una formazione politica femminista alle operaie;
  • Paul Lafargue, deputato del Parti Ouvrier Français propone una innovativa politica di congedi per maternità per le lavoratrici francesi, che avrebbe fornito loro uno stipendio giornaliero a partire dal quarto mese di gravidanza fino alla fine del primo anno dopo il parto;

1893

  • in Inghilterra le donne ottengono il diritto di fare testamento; nasce a Parigi «Droit humain», la prima massoneria mista, giunta in Italia nel 1899;

1895

  • in Inghilterra le donne votano in diversi Parlamenti locali (colonie inglesi, Australia), e dal 1902 diventano elettrici e eleggibili al Parlamento Federale;
  • il Senato francese vota una proposta di legge contro chi avvia le donne alla prostituzione, neppure esaminata dai deputati;

1896

  • Maria Montessori, pedagogista, intellettuale e femminista consegue la laurea in Medicina;
  • la femminista svedese Ellen Key, pedagogista progressista, ne «L’uso errato del potere delle donne» critica l’egualitarismo delle donne della classe media che perseguono le stesse ambizioni degli uomini, e in «Psicologia delle donne e logica femminile» riabilita la specificità femminile;
  • si apre a Berlino il «Congresso femminista internazionale»;

Continua a leggere

Stefano Rodotà

Donne, lavoratori, studenti, mondo della cultura si sono mossi guidati da un sentimento comune, che unifica iniziative solo nelle apparenze diverse. Questo sentimento si chiama dignità. Dignità nel lavoro, che non può essere riconsegnato al potere autocratico di nessun padrone. Dignità nel costruire liberamente la propria personalità, che ha il suo fondamento nell´accesso alla conoscenza, nella produzione del sapere critico. Dignità di ogni persona, che dal pensiero delle donne ha ricevuto un respiro che permette di guardare al mondo con una profondità prima assente.

Marisa Diena

Quella di Marisa Diena è una storia di intenso impegno civile.

Quando le chiedo di raccontarcela si schermisce, quasi s’intimidisce. Seppur consapevole della curiosità e del fascino che suscita in chi l’intervista, per lo meno al telefono, mantiene una riservatezza impenetrabile; insomma, su certe questioni lei chiacchiere non ne vuole fare. È nella sua natura evitare qualsivoglia rischio di protagonismo o di autoreferenzialità (e non sono molte le persone che temono questi “rischi”). Siccome però non è l’unica così caparbia, ed essendo chi scrive sentitamente determinato ad approfondire la sua vicenda, si vede costretta a rimandarmi alla sua autobiografia pubblicata da Lupieri Editore nel 2006. Intraprendo così questa lettura che si rivelerà esaltante e commovente, istruttiva e intimamente coinvolgente, bellissima.

Marisa Diena ha attraversato il ventesimo secolo come donna, antifascista, resistente, partigiana, comunista, militante, femminista, insegnante (molti anni passati anche alla Scuola Media Emanuele Artom). Ha vissuto sulla sua pelle tutta la tragicità del Novecento, i laceranti dolori che ha arrecato e le passioni travolgenti che ha suscitato.

“La mia vita?” mi dice, “la veda nel mio libro”. E così mi accingo a tracciarne le tappe principali.

Nasce nel 1916 da una famiglia ebraica della borghesia torinese. Trascorre l’infanzia e la prima adolescenza nell’agiatezza insieme ai fratelli Giorgio e Franco, frequenta il liceo classico Vittorio Alfieri..

Non si lascia tuttavia imporre quell’eredità culturale cui una donna del suo ceto si sarebbe supposta vincolata, bensì matura presto un’identità autonoma e, incoraggiata dal fratello maggiore Giorgio Diena, prende le distanza da un mondo – quello borghese – che le si rivela inconsistente, conformista, inautentico.

Sono stata una rivoluzionaria, mica una ribelle”; alla famiglia e ai suoi valori non oppone un rifiuto violento, semplicemente se ne allontana. Nel 1942, conseguita la laurea in lettere, si trasferisce a Roma, desiderosa di sprovincializzarsi, di affrontare l’impatto col “mondo vero” uscendo dalla bolla di sapone della Torino bene.

Vivere da sola in una grande città sconosciuta, lontano dall’involucro protettivo di genitori e amici, con il solo sostegno di un impiego precario, è un atto di autodeterminazione di una risolutezza inusuale per una donna nata nel ’16.

Nel frattempo il fascismo imperversa, e parallelamente si va delineando l’antifascismo di Marisa. Lei definisce “estetico” il suo antifascismo di questa prima fase, intendendo con ciò sottolineare l’intolleranza provata verso la vuota retorica, la volgarità e l’invasività nella vita privata della propaganda fascista. Questo sentimento si rivelerà l’embrione di una passione civile che segna tutto il corso della sua esistenza.

Il primo incarico clandestino le viene affidato dal marito della sua amica d’infanzia Natalia, Leone Ginzburg, il quale, confinato a Pizzoli (minuscolo comune della provincia dell’Aquila), aveva la necessità di recapitare a Roma dei documenti segreti.

Da quel momento in poi Marisa viene sempre più assorbita dalla lotta partigiana. È volontaria nelle file della IV Brigata Garibaldi, sotto la guida di “Barbato”, il comandante Pompeo Colajanni.

L’arruolamento vero e proprio avviene nel cuneese, precisamente a Barge, dove, presso la casa di Ludovico Geymonat si cominciavano a riunire i resistenti comunisti della zona; il Comando era costituito, oltre che da Barbato, da Gustavo Comollo, Antonio Giolitti (nipote di Giovanni), Giovanni Guaita.

Iniziano a stringersi legami e rapporti di collaborazione con le popolazioni contadine della regione, nella prospettiva di articolare un’organizzazione sempre più capillare che abbia un’ampia, forte e solidale base popolare e che consenta un efficiente servizio d’informazione, indispensabile per il coordinamento delle azioni di guerriglia. L’incarico principale affidato a “Mara” (il nome di battaglia di Marisa) è proprio quello di sovrintendere al Servizio Informazioni.

Capii che l’essenziale era avere il maggior numero possibile di contatti, con gente che fosse utile allo scopo, ma anche con elementi qualsiasi della popolazione, soprattutto nei luoghi dov’erano stanziati i presìdi nazifascisti. Mi spostavo ogni giorno in bicicletta, la mia fedele compagna, per decine di chilometri. Avevo alcune staffette che mi portavano notizie da singole località. Io facevo pervenire il resoconto al Comando recandomi all’ ‘appuntamento’: in riva a un torrente, in un boschetto, in una casa abbandonata. Per me era esaltante conoscere ‘il più possibile come stanno le cose’, questo sentimento mi sarebbe rimasto tutta la vita: essere informata di avvenimenti, situazioni, conoscere persone, luoghi, vie d’accesso…ti apriva l’orizzonte sulla realtà circostante”.

Il lavoro di organizzazione, la creazione di gruppi di difesa della donna, le interminabili corse in bicicletta per le valli piemontesi, il contatto diretto con montanari e contadini, i legami con i partigiani comunisti hanno condotto Marisa in un itinerario di formazione umana, politica e sociale che determinerà i tratti identitari del suo impegno politico postbellico all’interno del Partito Comunista Italiano. La sua vocazione pedagogica (che eserciterà peraltro anche presso la scuola ebraica di Torino negli anni sessanta), l’interesse e la vicinanza per la gente verace, “autentica”, la sensibilità antropologica, la partecipazione simpatetica ai disagi e alle sofferenze dei ceti subalterni, e in special modo dell’universo femminile, le impedirono di perseguire la carriera nel partito, addirittura rifiutò una candidatura propostale nel 1972 che l’avrebbe di certo portata a Montecitorio, e optò sempre per una militanza di base, per un impegno civile lontano dalle istituzioni e dalle loro intrinseche logiche di potere.

Il 26 Settembre del ’44 cade, diciannovenne, suo fratello Franco Diena. Gli verrà conferita la Croce al valor militare con la seguente motivazione: “Giovane partigiano, era di esempio ai commilitoni per disciplina, coraggio, dedizione in numerosi attacchi contro forze nemiche e sabotaggi alle loro linee di comunicazione. Nel corso di un’azione contro un’autocolonna avversaria si portava in posizione avanzata e scoperta per potere meglio impiegare la sua arma, ma, colpito mortalmente da una raffica di mitragliatrice, immolava la sua esistenza alla causa della libertà”.

A questo dolore Marisa reagisce né rimuovendo né lasciandosi sopraffare, ma rinnova le sue energie nella consapevolezza del sacrificio eroico dell’adorato fratello e col confortante pensiero di lottare per la medesima, nobile causa.

Nella primavera del ’45 Marisa si trova nell’astigiano, secondo le disposizioni di Barbato. “I partigiani erano ormai all’attacco e si sentiva avvicinare il momento dell’insurrezione. Eccitanti furono i preparativi, e poi le marce di avvicinamento delle formazioni intorno a Torino, e infine la discesa da Superga verso la città. Io però non mi unii ai corpi armati, non sarei stata d’utilità in città. Invece Barbato mi aveva incaricata di organizzare l’approvvigionamento per i partigiani”.

Mara è ancora nelle retrovie, non ha mai velleità di protagonismo.

Scriverà nel 1945: “la Resistenza è il primo atto di volontà del popolo italiano dopo anni di passività, è un grande momento di eroismo di massa, è la lotta unitaria e popolare” che ha fondato la Repubblica.

Marisa ha mutuato questa concezione della politica come impegno civile collettivo da Giorgio, il quale negli anni Trenta frequentava gli ambienti antifascisti gobettiani, la cui parola d’ordine “tutti politici” si opponeva all’individualismo, all’indifferenza borghese e all’accettazione passiva dell’eteronomia generate dal fascismo.

Quando sarà evidente che l’interesse di ciascuno è l’interesse di tutti, allora si chiarirà che la politica è il vivere civile, è partecipazione di ogni cittadino, attraver-so i propri interessi e i propri problemi, alla vita pubblica”. Quest’idea della politica si traduce, nel dopoguerra, in una scelta di vita.

La gente considerava il PCI servo di Mosca, mentre in realtà era fatto di gente che lavorava con passione: questo c’interessava, quello che oggi non c’è più, un impegno civile disinteressato, per la ricostruzione e lo sviluppo della democrazia nel nostro paese”.

Oggi, dopo la scomparsa dei partiti di massa e l’avvento del populismo di destra postdemocristiano che educa all’individualismo borghese e all’alienazione della vita pubblica, la società italiana è organizzata secondo un sistema sedicente democratico che in realtà attribuisce il primato ai governanti circoscrivendo il ruolo politico delle masse lavoratrici, risolvendo il loro “impegno civile” nelle consultazioni elettorali (peraltro sempre meno consapevoli e sempre più falsate dall’intontimento televisivo), e in questo modo delegittima la sfera pubblica in quanto principio di autorità collettiva, di organizzazione sociale, di sovranità popolare.

È forse alla luce di questi cambiamenti epocali che la vicende e il pensiero di Marisa Diena acquistano un nuovo spessore, poiché appaiono reinterpretabili come un monito urgente.

Al telefono le ho detto che la sua avventura sarebbe stata oggetto di un articolo per una serie di storie di ebrei torinesi che Ha Keillah si accinge da questo numero a pubblicare. E Marisa Diena mi dice: “la leggerò con interesse”.

http://www.hakeillah.com/2_09_11.htm

Storia delle donne (III parte)

Storia delle donne Cronologia (1872 – 1890) A cura della dott.ssa Maria Chinigò (le schede sono state curate nell’ambito di una ricerca promossa dalla Commissione Nazionale Parità)

 

1872

  • a Berlino fanno la loro comparsa i licei femminili;
  • in Islanda, dopo l’indipendenza, le donne fanno della loro isola una delle prime basi del femminismo: elettrici municipali nel 1882, eleggibili nel 1902, raggiungono la pienezza dei propri diritti nel 1915;

1873

  • la cantante e attrice olandese Mina Kruseman (1839-1922), nella sua prima novella «Eenhuwelijk in Indië» critica il matrimonio e la sottomissione della donna sostenendo l’opinione che le donne emancipate siano le donne nubili attive;

1874

  • in Francia la legge del 3 giugno esclude le donne e i bambini dai lavori sotterranei;
  • in Francia la legge Roussel organizza contro la mortalità infantile il controllo delle nutrici attraverso medici ispettori;
  • in Italia alle donne viene consentito l’accesso ai licei e alle università;
  • la berlinese Hedwig Dohm (1833-1919), appassionata teorica del femminismo, da sempre in lotta contro l’oppressione sessuale, materiale e psicologica delle donne, pubblica l’opera «DieWisseuschaftliche Emantipation der Frau» in cui respinge le recenti teorie di anatomisti, fisiologi e medici sulla natura inferiore delle donne;
  • nasce l’organizzazione sindacale diretta da Emma Paterson «Women’s Trade Union Leaugue»;

1875

  • a Ginevra Josephine Butler, con l’appoggio di esponenti dell’aristocrazia protestante, e del massone Aimé Humbert, fonda l’organizzazione internazionale «British Continental and general Federation of the Abolition of the State Regulation of Vice», che esiste ancora oggi sotto il nome di «International Abolitionist Federation»;
  • una normativa inglese stabilisce che le Università sono autorizzate a concedere i gradi accademici alle donne;
  • a New York la celebre medium Elena Blavatskij fonda la Società teosofica i cui obiettivi sono: la promozione di pari diritti tra uomini e donne, la fratellanza universale e lo studio dellereligioni;
  • il deputato italiano Salvatore Morelli presenta alla Camera nuovi disegni di legge per la riforma del diritto di famiglia.

1876

  • muore Harriet Martineau, femminista dell’ epoca vittoriana, che «sviluppa nelle sue opere una approfondita tecnica di osservazione sociologica e politica» I suoi scritti incoraggiano in Inghilterra la nascita di vari movimenti progressisti che si battono per il suffragio, per l’abolizione della prostituzione legalizzata e per l’educazione femminile;
  • la femminista italiana Luisa Tosco nel saggio «La causa delle donne», fa riferimento alla tesi del razionalismo illuminista non solo per quanto riguarda il suffragio femminile, ma anche nella polemica contro la doppia morale sessuale;

1877

  • viene approvata in Italia, su proposta di Salvatore Morelli, una legge che ammette le donne a testimoniare negli atti di stato civile;
  • viene pubblicata a Roma la petizione di Anna Maria Mozzoni in Parlamento per il voto politico alle donne;
  • Annie Besant, membro della Lega malthusiana inglese, che si batte per la diffusione dei sistemi contraccettivi, viene arrestata per aver pubblicato un libro sul controllo demografico, in un periodo in cui il problema della sessualità non viene solo affrontato sotto il profilo morale, ma anche sotto l’aspetto scientifico, politico e economico;

1878

  • nasce a San Francisco la danzatrice Isadora Duncan che, opponendosi alla danza accademica, crea un genere di danza naturale eseguita a piedi nudi;
  • in Inghilterra dopo la pubblicazione dell’articolo «Wife Torture in England», e dopo alcuni anni di propaganda della «English women’s review», un Act permette alle donne di chiedere la separazione legale per gravi sevizie subite;
  • si costituisce negli Usa la «Free Dress League» che si batte per la libertà del corpo femminile contro un abbigliamento che ne impaccia i movimenti;
  • il deputato Salvatore Morelli presenta il 13 maggio una proposta di legge in cui chiede tra le altre cose lo sviluppo della personalità della donna in relazione alla mutata coscienza sociale della società e l’ammissione del divorzio considerata un’urgenza d’ordine pubblico e di moralità sociale;

1879

  • al Congresso operaio di Marsiglia la femminista socialista Hubertine Auclert presenta una rivendicazione isolata sul salario delle casalinghe;
  • in Francia la legge dell’8 agosto crea 67 scuole normali femminili;
  • in «Casa di bambola» il commediografo norvegese Henrik Ibsen spinge Nora, la protagonista, a lasciare i suoi affetti (marito e figli) senza un motivo ragionevole, solo per costruirsi una identità autentica realizzantesi con l’allontanarsi da quella inculcata che definisce l’io femminista solo in rapporto all’altro, ai suoi desideri e ai suoi bisogni;

1880

  • Leone XIII con l’enciclica «Arcanum» risponde agli attacchi laici contro il matrimonio, ribadendo l’autorità maritale e rivendicando la dignità femminile nel matrimonio;
  • Anna Kuliscioff (1854-1925), nella «Rivista Internazionale del Socialismo» fa sì che socialismo e femminismo rappresentino inizialmente una sola e unica causa;
  • nel Servizio telegrafico francese uomini e donne lavorano in stanze diverse e con turni diversi per ridurre sia i contatti tra loro che il conseguente comportamento immorale;

1881

  • a legge C. Sée istituisce in Francia l’insegnamento secondario femminile, fondando un modello laico di educazione;
  • si tiene in Inghilterra il primo censimento che esclude l’attività domestica della donna dalla categoria del lavoro;
  • in Olanda la dott.ssa Alette Jacobs fonda la Lega neomalthusiana olandese dedicandosi all’assistenza medica gratuita e dando informazione sui metodi contraccettivi;
  • in Francia Léon Bertaux, scultrice e insegnante, fonda «l’Union des Femmes Peintres et Sculpteurs» che organizza una mostra annuale nel 1882 e pubblica (1890) un proprio giornale, attraverso cui porta avanti una campagna per l’ammissione delle donne all’Ecole des Beaux Arts, la più prestigiosa scuola europea;
  • tra il 1881 e il 1887 viene pubblicata ad opera delle femministe americane Elizabeth Stanton, Susan Antony e Matilda Gage l’History of Woman Suffrage in 6 volumi;
  • nasce in Italia, a Milano, la «Lega promotrice degli interessi femminili», unica organizzazione del movimento emancipazionista italiano paragonabile alle associazioni suffragiste inglesi, che si muove sia come forza politica che come organismo sindacale;

1882

  • in Inghilterra il «Married Women’s Property Act», votato negli Usa nel 1848, riconosce alle donne la piena capacità di disporre dei propri beni, e al contempo di stipulare un contratto;
  • in Prussia le domestiche costituiscono il 18% della forza lavoro, mentre le operaie il 22%,

1883

  • in Danimarca le donne votano alle elezioni municipali; viene istituita in Francia la Scuola Normale Superiore di Sèvres,
  • la svizzera Emilie Kempin-Spyri, iscritta all’Università di Zurigo, è la prima donna al mondo a intraprendere gli studi giuridici;

1884

  • in Francia la legge Naquet introduce il divorzio che era stato soppresso nel 1816;
  • negli Usa per la prima inseminazione artificiale con donatore, la scelta cade su uno studente prescelto per i suoi risultati in campo scolastico;

1885

  • Hubertine Auclert, la prima donna a usare il termine femminista e a battersi per il diritto di voto alle donne, presenta la propria candidatura alle elezioni parlamentari;
  • in luglio a Hide Park le associazioni filantropiche inglesi riuniscono il più grande raduno «morale» di tutti i tempi: 250.000 persone riunite in nome della Purity contro la tratta delle bianche;

1886

  • in Inghilterra in caso di separazione il marito è condannato al pagamento di una pensione settimanale;
  • l’aristocratica svizzera Meta von Salis-Marschlins (1855-1929) in «Die Zukunft der Frau» «tratteggia l’utopia di una umanità-donna che sperimenterebbe la compagnia dello spirito e sfuggirebbe alla costrizione della macchina domestica»;
  • in Italia la legge n. 3657 sul lavoro dei fanciulli non dà alcuna disposizione sul lavoro delle donne escluse da ogni protezione legale; solo in un o.d.g. della Camera dell’8 febbraio si afferma la necessità di disciplinare con legge anche il lavoro delle donne ;

1887

  • la società femminista norvegese «Norsk Kvinnesakforening» pubblica il giornale «Nylaende» (Nuove Frontiere) in cui emerge la grande influenza del potere simbolico del femminismo americano;
  • in Gran Bretagna Octavia Hill fonda il primo Settlement femminile;

1888

  • Jeannie Louise Bethune è la prima donna architetto accolta presso l’«American Institute of Architects», la più importante associazione professionale di architettura americana;
  • negli Usa Frances Willard, direttrice della «Lega della temperanza delle donne», nella sua opera «Woman in the Pulpit» tratta il problema, già emerso nella celebre Convenzione di Seneca Falls, riguardante la fine del monopolio maschile della predicazione dal pulpito;
  • nasce a Washington, negli Usa, l’organizzazione internazionale femminista «International Council of Women», in occasione del 40 anniversario della Seneca Falls Declaration;
  • Claudel con la scultura «L’abbandono» vuole affermare come le donne possano rappresentare soggetti erotici al pari degli uomini;
  • lo sciopero delle operaie fiammiferaie a Londra è il primo in cui le donne non passano attraverso le Trade–Unions degli uomini; a Edimburgo lo sciopero delle tipografe porterà alla affermazione, nel memorandum «We Women», del diritto a stampare in nome della propria uguaglianza e competenza;

1889

  • la femminista protestante Emilie de Morsier convoca a Parigi il «Congrés International des Oeuvres et Institutions Féminines» che, controbilanciando il femminismo politico e definendo il campo di azione femminista, orienta i suoi lavori sulla filantropia;

1890

  • Elisabeth Cady Stanton, teorica e propagandista del femminismo inglese, pubblica l’opera «Women’s Bible», «insieme di commenti esegetici sui rapporti uomo-donna e sul posto della donna nella società» ;
  • in Svezia viene modificata la legislazione sull’aborto per consentire l’interruzione di gravidanza sulla base di valide ragioni mediche;
  • è attivo a Bologna un comitato per il miglioramento delle condizioni della donna;
  • il servizio postale francese comincia ad assumere donne nei centri urbani e crea una categoria speciale le Dames employées, con salario d’ufficio e nessuna opportunità di avanzamento;

 

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, indicata anche come Elena Lucrezia Corner (Venezia, 5 giugno 1646 – Padova, 26 luglio1684), è stata un’erudita italiana vissuta nella Repubblica di Venezia ed è ricordata come la prima donna laureata al mondo.
Figlia di un nobile veneziano, che ne favorì in tutti i modi l’educazione, a diciannove anni prese i voti come oblata benedettina, proseguendo gli studi di filosofia, teologia, greco, latino, ebraico e spagnolo.
Ormai nota agli studiosi del tempo, a partire dal 1669 fu accolta in alcune delle principali accademie dell’epoca. Quando il padre chiese che Elena potesse laurearsi in teologia all’Università di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo si oppose duramente, in quanto riteneva “uno sproposito” che una donna potesse diventare “dottore”.
Nel 1678, a 32 anni, Elena ottenne, finalmente, la sua laurea. Gliela concessero, però, in filosofia, non in teologia. Non poté, in quanto donna, esercitare l’insegnamento. Sei anni dopo morì a Padova per una grave malattia.

Elena fu la quinta dei sette figli di Giovan Battista Cornaro e di Zanetta Boni. Il padre, appartenente a una delle più importanti famiglie del patriziato veneziano, ebbe con Zanetta, donna di umilissime origini, una lunga relazione, durante la quale nacquero tutti i loro figli: essi furono sempre legittimati alla nascita, ma la coppia si sposò soltanto nel 1654. A causa delle origini della madre, i due giovani maschi Francesco e Girolamo non poterono essere iscritti nel Libro d’oro della nobiltà fino al 1664, quando il padre ottenne il sospirato riconoscimento pagando 105.000 ducati.
L’antica famiglia era da secoli estranea alle maggiori magistrature della Repubblica di Venezia, ma le restava il prestigio del nome, del patrimonio e della cultura: il nonno paterno di Giovan Battista, Giacomo Alvise Cornaro, era stato uno scienziato amico di Galilei e suo padre, Girolamo, studioso di fisica, aveva creato un’importante biblioteca e una collezione di quadri e di strumenti scientifici.
Probabilmente Giovan Battista, quando si accorse delle qualità della figlia, ne favorì in tutti i modi la crescita culturale e il successo pubblico: era infatti del tutto straordinario che una donna emergesse nel campo degli studi e un tale esempio di eccezione avrebbe ancor più contribuito a dare lustro al nome della famiglia. La stessa Elena sembrò esser consapevole del pur «vano compiacimento» mostrato dal padre, ma non volle deluderlo, per quanto ella non intendesse acquisire un’erudizione da sfoggiare in salotti ed accademie.
Infatti, a testimonianza della sua inclinazione a un’esistenza appartata, nel 1665 Elena si fece oblata benedettina, una scelta che appare un compromesso con la sua vocazione religiosa: in questo modo, pur osservando la regola dell’Ordine, poteva evitare la reclusione monastica e frequentare quel mondo secolare, nel quale trovare la libertà e i mezzi per continuare i propri studi.
Fu così che a Elena il padre volle assicurare la migliore istruzione: suoi insegnanti di greco furono, fino al 1668, Giovan Battista Fabris, parroco della chiesa di San Luca, e poi Alvise Gradenigo, bibliotecario della Marciana, che aveva vissuto a lungo a Candia, mentre il canonico di San Marco Giovanni Valier le impartì lezioni di latino. Forse fu il gesuita Carlo Maurizio Vota a impartirle nozioni di scienze e Carlo Rinaldini, cattedratico a Pisa e poi a Padova, la istruì nella filosofia. Elena apprese anche l’ebraico e lo spagnolo dal rabbino Shemel Aboaf e la teologia da Felice Rotondi, che divenne poi docente nello Studio di Padova.
Ormai nota tra gli studiosi italiani per la sua erudizione, la Cornaro fu accolta nel 1669 nell’Accademia dei Ricoverati di Padova e, successivamente, nell’Accademia degli Infecondi di Roma, nell’Accademia degli Intronati di Siena, negli Erranti di Brescia e in quelle dei Dodonei e dei Pacifici di Venezia. La sua fama si estese anche all’estero: il cardinale Federico d’Assia-Darmstadt la consultò nel 1670 su problemi di geometria solida; da Ginevra Louise de Frotté, nipote del celebre medico Théodore de Mayerne, invitò nel 1675 Gregorio Leti a inserire la Cornaro nella sua raccolta di biografie di personaggi celebri L’Italia regnante; nel 1677 il cardinale Emanuele de Bouillon la fece esaminare dai due eruditi Charles Cato de Court e Ludovic Espinay de Saint-Luc, che ne rimasero ammirati.
Dopo che Elena ebbe tenuto a Venezia una pubblica disputa di filosofia in lingua greca e latina, il padre Giovan Battista chiese che lo Studio di Padova assegnasse alla figlia la laurea in teologia; alla proposta si oppose il vescovo di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo (*), la cui autorizzazione, in qualità di cancelliere dell’Università, era vincolante. Egli sostenne che fosse «uno sproposito dottorar una donna» e che sarebbe stato un «renderci ridicoli a tutto il mondo». Ne nacque un conflitto tra il cardinale e il Cornaro, che si risolse con il compromesso di far laureare Elena in filosofia: il 25 giugno 1678 la Cornaro sostenne la sua dissertazione e fu accolta nel Collegio dei medici e dei filosofi dello Studio padovano, benché non potesse comunque, in quanto donna, esercitare l’insegnamento.
Stabilitasi a Padova, già seriamente malata, vi morì, a soli trentotto anni, il 26 luglio 1684 e fu sepolta nella chiesa di Santa Giustina. Aveva disposto che fossero distrutti tutti i suoi manoscritti e le poche carte restanti, consistenti in discorsi di argomento morale e religioso e in alcune poesie, pubblicate postume; a giudizio del Croce, «scarsissimo o nullo è il valore di tutta cotesta letteratura ascetica e rimeria spirituale».[7] In vita pubblicò soltanto, nel 1669, una traduzione dallo spagnolo di un opuscolo spirituale di Giovanni Lanspergio, il Colloquio di Cristo all’anima devota.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Elena_Lucrezia_Cornaro

(*) Fu canonizzato il 26 maggio 1960 da papa Giovanni XXIII (il mio Papa preferito ahimè).
Meno male che Papa Giovanni XXIII si “riabilitò” scrivendo nel suo Discorso ai partecipanti al Corso di studio «La donna e la professione», promosso dall’Università cattolica del Sacro Cuore (6.10.1961) testuali parole a favore delle donne: (non granchè ma meglio che niente considerando i suoi tempi)

“Tuttavia la parità di diritti giustamente proclamata, se deve riconoscersi in tutto quello che è proprio della persona e della dignità umana, non implica in nessun modo parità di funzioni. Il Creatore ha dato alla donna doti, inclinazioni e disposizioni naturali che le sono proprie, o in grado diverso dall’uomo; ciò vuol dire che le sono stati assegnati anche compiti particolari. Non distinguere bene questa diversità delle rispettive funzioni dell’uomo e della donna, anzi la loro necessaria complementarità, sarebbe mettersi contro natura e si finirebbe per avvilire la donna e toglierle il vero fondamento della sua dignità”.

“Quale contributo potrebbe essa offrire alla società, se fosse messa in grado di impiegare più convenientemente queste sue preziose energie, specialmente nel campo educativo, assistenziale, religioso ed apostolico, e trasformare così la sua professione in tante forme di maternità spirituale! Anche oggi il mondo ha bisogno di sensibilità materna, per prevenire e dissipare quella atmosfera di violenza, di grossolanità, in cui talora gli uomini si dibattono.”

“Il progressivo salire della donna a tutte le responsabilità della vita associata richiede il suo attivo intervento sul piano sociale e politico. La donna, non meno che l’uomo, è necessaria per il progresso della società, specialmente in tutti quei campi che esigono tatto, delicatezza ed intuito materno.