Margherita Hack

Asteroide – Si chiama 8558 Hack ed è un piccolo asteroide della fascia principale tra Marte e Giove. Scoperto il 1° agosto del 1995 a opera di due infaticabili astronomi cacciatori di comete e asteroidi, Andrea Boattini e Luciano Tesi, dall’Osservatorio di San Marcelo Pistoiese, è stato dedicato alla più celebre astrofisica italiana.

Biciclette – La passione per la bicicletta arriva quando, poco prima dei 10 anni, i genitori possono finalmente permettersi di regalargliene una, dopo aver a lungo utilizzato quelle prestate da amici di famiglia. Con la sua bicicletta, Margherita sfreccia nelle campagne fiorentine: la userà per andare a scuola, all’università, al lavoro, finché qualche anno fa decide di appenderla al chiodo. Ma ha raccontato la storia della sua passione nel recente La mia vita in bicicletta (Ed. Emiciclo).

Cefeidi – Alle variabili cefeidi la Hack ha dedicato la sua tesi di laurea, discussa nel 1945. Si tratta di una tipologia di stelle la cui luminosità varia periodicamente: un esempio è la Stella Polare. Un’altra donna, l’astronoma americana Henrietta Swan Leavitt, nei primi del Novecento, scoprì per prima la relazione tra la variazione di luminosità delle cefeidi e la loro luminosità assoluta, cosa che ha permesso di fare di queste stelle degli ottimi parametri di misurazione (“candele standard”) della distanza delle galassie.

Ducati – La Ducati, un’azienda di Bologna che aveva iniziato a lavorare nel settore dell’ottica, è la prima azienda ad offrire un posto a Margherita Hack, nel 1947. Essendosi specializzata nella spettroscopia e quindi nella fisica ottica, la giovane laureata non disdegna di accettare l’offerta, e si occupa del libretto d’istruzioni di una nuova macchina fotografica; abbandonerà tuttavia il lavoro poco tempo dopo per la carriera accademica.

Extraterrestri – A più riprese, Margherita Hack si è detta convinta dell’esistenza di forme di vita intelligenti extraterrestri nell’universo: “Pensare che non ci siano in un universo tanto grande e pieno di stelle molto più vecchie delle nostre è assurdo”. Tuttavia, è molto improbabile che riusciremo mai a entrare in contatto diretto con loro, per via delle enormi distanze spaziali. E sicuramente gli UFO non sono astronavi aliene in visita alla Terra.

Firenze – È Firenze a dare i natali a Margherita Hack il 12 giugno 1922. Qui frequenta il liceo classico “Galileo Galilei” e l’Università cittadina, svolgendo una tesi presso il vicino Osservatorio di Arcetri, dove Galilei trascorse gli anni del confino imposto dalla Chiesa, morendovi nel 1642.

Gatti – L’amore per gli animali, la Hack lo ha raccontato in tanti suoi libri. Ma è ai gatti che l’astrofisica ha riservato un posto speciale nel suo cuore e nella sua casa: i tanti gatti che le hanno fatto compagnia negli anni, anche negli uffici dell’Osservatorio di Trieste (dove imparavano persino ad aprire le porte….), animano le pagine del suo libro Il mio zoo sotto le stelle (Di Renzo Editore, 2007).

Hack, Roberto – Suo padre è un personaggio intelligente, eccentrico e coraggioso. Ha ereditato la religione protestante dal nonno di Margherita, svizzero di Zurigo, poi emigrato in Italia e stabilitosi a Firenze. Qui Roberto Hack incontra la futura madre di Margherita: si sposano e lei lascia il lavoro. Ma all’azienda elettrica dove lavora Roberto, con mansioni di contabile, non possono tenerlo perché lui non vuole iscriversi al Partito fascista ed è pure sindacalista. Lo licenziano e passa a lavorare per la Società Teosofica, a cui si è “convertito” insieme con la moglie, che per sbarcare il lunario si dedica a copiare e rivendere le opere d’arte degli Uffizi. Vivono quasi di stenti, ma a Margherita non fanno mancare niente per quanto riguarda la sua formazione.

Insegnamento – Parallelamente all’attività di ricerca, Margherita Hack ha portato avanti l’insegnamento a livello universitario come docente di astronomia: i suoi primi anni postlaurea li passa a insegnare presso l’Istituto di ottica di Firenze; poi si sposta all’Università, prima come assistente, quindi come docente di astronomia dal 195; negli anni successivi tiene anche corsi di astrofisica all’ateneo di Milano. Professore ordinario di astronomia a Trieste dal 1964, lo resta fino al collocamento a riposo nel 1992. Ma sei anni dopo ottiene il titolo di professore emerito dallo stesso ateneo.

Lincei – Nel 1980 vince il premio dell’Accademia dei Lincei, la prestigiosa istituzione che raccoglie il gotha della cultura italiana – la più antica nel mondo – e di cui diviene socia nazionale nel 1987: classe delle Scienze Fisiche, categoria II (astronomia, geodesia, geofisica e applicazioni), sezione A (astronomia e applicazioni).

Marito – Conosce Aldo De Rosa da bambina, al parco pubblico, e ne diviene compagna di giochi. Dopo essersi persi di vista, si ritrovano all’Università di Firenze, dove lui studia Lettere, facoltà a cui Margherita si iscrive come prima scelta. Poi, dopo una lezione particolarmente barbosa, abbandona tutto e passa a Fisica, ma sposerà Aldo De Rosa nel 1944 e da allora non si sono mai separati. Per scelta non hanno avuto figli.

Nucleare – Come la maggior parte degli scienziati e dei fisici, Margherita Hack è a favore del nucleare. Non necessariamente, spiega, l’Italia deve ospitare delle centrali sul suo territorio, ma deve finanziare le ricerche per un nucleare sempre più sicuro e pulito perché, dopotutto, resta la fonte di energia che inquina meno.

Omosessualità – È da sempre a favore dell’omosessualità: un’inclinazione naturale come essere mancini, una differenza non più rilevante del colore degli occhi. “Molti animali presentano comportamenti omosessuali o bisessuali”, spiega. I pregiudizi sono solo di matrice religiosa. Nell’agosto 2010 ha ricevuto il premio “Personaggio gay dell’anno” (nonostante sia felicemente sposata) per la sua strenua attività a favore del riconoscimento delle coppie di fatto.

Politica – All’attività scientifica, Margherita Hack non ha mai disdegnato di affiancare un’attività politica sia diretta che indiretta. A lungo iscritta al Partito Radicale Transnazionale, nel 1993 viene eletta consigliere comunale a Trieste. Nel 2005 partecipa alle elezioni regionali in Lombardia per il Partito dei Comunisti Italiani: eletta, cede il suo seggio al candidato dietro di lei. Partecipa anche alle elezioni politiche del 2006, sempre per il PdCI: viene eletta in diverse circoscrizioni ma cede il seggio.

Quinta superiore – Termina il liceo nel 1941 ma non sostiene l’esame di maturità classica: lo scoppio della guerra, infatti, permette agli studenti di conseguire il titolo senza sostenere la prova.

Religione – I genitori non impartiscono a Margherita un’istruzione religiosa, soprattutto per le loro confuse idee in materia (abbracceranno la teosofia, sorta di filosofia naturale). Accanita oppositrice del fondamentalismo religioso e strenua sostenitrice della laicità dello Stato, è membro dell’associazione Luca Coscioni, a favore del diritto all’eutanasia, al testamento biologico e alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Dal 2002 è presidente onorario dell’UAAR, l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti.

Sport – Oltre alla passione per la bicicletta, coltiva da giovanissima l’amore per la ginnastica e l’atletica. Il regime fascista incoraggia le sue prestazioni: lei è “fascistissima” fino al 1938 quando, dopo le leggi razziali, scopre che l’adorata insegnante di scienze è stata rimossa, imprigionata e morta suicida. Si schiera contro il fascismo e viene anche sospesa per qualche giorno, ma per la medaglia e il podio giurerà fedeltà a Mussolini: nel 1941, dove vince i Littoriali (i campionati universitari di atletica) nel salto in alto e nel salto in lungo; e nel 1942, quando rivince nel salto in alto a Como e arriva terza ai campionati assoluti di Bologna.

Trieste – È qui che vive da quando vi si trasferisce negli anni ’60, dopo aver vinto la cattedra in astronomia. Fonderà nel 1984 il Dipartimento di Astronomia dell’Università di Trieste (di cui è direttrice dal 1985 al 1991 e di nuovo dal 1994 al 1997). Dal 1964 al 1987 sarà anche direttrice dell’Osservatorio astronomico di Trieste, prima donna a ricoprire quest’incarico in Italia.

Università – Il primo concorso per entrare all’università è un flop: arriva ultima perché non sa rispondere alla domanda sul perché dalla Terra vediamo sempre la stessa faccia  della Luna: una lezione che ricorderà per il resto della sua vita. Ma poi la sua carriera la porterà in alto, e anche all’estero: sarà visiting professor ad Ankara, Berkeley, Città del Messico, Parigi, Princeton, Utrecht.

Vegetariana – “Non ho mai mangiato carne in vita mia e non ne ho mai avuto la tentazione”: il vegetarianismo di Margherita Hack è celeberrimo, e nasce dal suo grande amore per il mondo animale. Una “barbarie”: così l’astrofisica definisce la prassi di mangiare carne nell’epoca contemporanea, dove la necessità di sfamarsi, almeno nel mondo occidentale, è venuta meno. Lo racconta nel libro dal titolo Perché sono vegetariana (Ed. dell’Altana, 2011).

Zenti – Il 20 gennaio 2011 si tiene presso l’auditorium della Gran Guardia a Verona uno dei più vivaci dibattiti nella storia italiana tra “fede” e “ragione”: il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, che un anno prima aveva espresso interesse a discutere con Margherita Hack in un confronto televisivo, incontra l’astrofisica – che di buon grado accetta l’invito – sotto la moderazione di Michele Brambilla, davanti a un tutto esaurito, con oltre 400 persone che seguono fuori dall’auditorium e centinaia di migliaia di spettatori su Youtube. Naturalmente, entrambi resteranno sulle loro rispettive posizioni, dopo un dibattito molto animato ma rispettoso.

http://scienze.fanpage.it/novant-anni-di-margherita-hack-dalla-a-alla-z/

Francoise Barré-Sinoussi

Nel 2009 una donna con i capelli corti e brizzolati, gli occhi scuri e un piglio da battagliera sale sul palco della V Conferenza dell’International Aids Society, a Città del Capo (Sudafrica): fra imponenti misure di sicurezza e alla presenza del presidente sudafricano Kgalema Motlanthe, indossa la maglietta rossa, con la scritta «Hiv positive» degli attivisti sudafricani, strappando un lungo applauso e grida d’approvazione dall’affollata platea.

È lei: Françoise Barré-Sinoussi, la scienziata-attivista, come ama definirsi, e a distanza di trentun’anni dalla scoperta che nel 2008 l’ha portata al premio Nobel per la medicina, prosegue ancora oggi instancabilmente la sua lotta a uno dei grandi nemici dell’uomo: l’Hiv, il virus del Ventesimo secolo. Nel febbraio del 1983, è stata la prima, assieme al suo collega e biologo francese Luc Montagnier, a isolare il virus criminale.

Nata a Parigi il 30 luglio del 1947, fin da piccola Barré-Sinoussi dimostra una certa predisposizione per lo studio dei fenomeni naturali: quando è in vacanza, ad esempio, passa ore nel giardino a osservare la fauna, e questa fascinazione per il mondo naturale sarà poi determinante nell’indicarle la strada da intraprendere nel campo degli studi.

Françoise non vuole gravare economicamente sulla sua famiglia, ma desiderando comunque frequentare l’università, decide di studiare Scienze alla Sorbona: è la facoltà più breve e la meno costosa tra quelle scientifiche. Dopo la laurea, per capire se vuole proseguire e diventare una ricercatrice, decide di fare esperienza di laboratorio, ma non è facile: trova molti ostacoli, dovuti alla scarsità di posti e alla difficoltà di accesso ai laboratori.

Una sua conoscenza, allora, le suggerisce di entrare in contatto con il gruppo capeggiato dal biologo francese Jean Claude Chermann, all’Istituto Pasteur di Parigi. Un consiglio fruttuoso: finalmente Barré-Sinoussi trova un Centro altamente qualificato che la possa ospitare come assistente volontaria. Questo è il suo vero punto di partenza. Poco dopo il professor Chermann le offre un dottorato di ricerca, che lei consegue con ottimi risultati.

Agli inizi degli anni Ottanta, Françoise ha quasi quarant’anni e una carriera ben avviata nel campo dell’epidemiologia; proprio in questo periodo iniziano a registrarsi ovunque, Parigi compresa, i primi casi di una strana e allarmante epidemia, non ancora chiamata Aids. È proprio all’istituto Pasteur che Barré-Sinoussi lavora su questo nuovo caso; nel giro di poco tempo raggiunge brillanti risultati con conseguenti pubblicazioni scientifiche. Contestualmente inizia a collaborare con i paesi poveri e ben presto capisce che deve mettersi in viaggio: come ricercatrice fa la sua prima visita a un paese africano nel 1985, a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, in occasione di un workshop della World Health Organization (WHO), dove subisce uno shock per le condizioni in cui vivono gli abitanti di quel paese. Poi si reca in Vietnam e da qui inizia a collaborare anche con i paesi asiatici, instaurando subito un rapporto proficuo e di lunga durata con molti ricercatori di diverse nazionalità.

Nel 2008 all’Istituto Pasteur viene riconosciuto un importantissimo ruolo nello scoprire che l’Aids è causata dal virus dell’Hiv, un virus che, a causa della sua massiccia replicazione e per il danno cellulare che provoca ai linfociti, è così potente da distruggere il sistema immunitario di un individuo. A illustrare questa scoperta è lavoro del professore Luc Montagnier, direttore del gruppo di ricerca, e di Françoise Barré-Sinoussi, sua collaboratrice: per loro, è premio Nobel. «La produzione virale» si ricorda nelle motivazioni del premio «è stata identificata nei linfociti dei pazienti con linfonodi allargati nei primi stadi dell’immunodeficienza acquisita, e nel sangue di pazienti con la malattia in fase avanzata». In particolare, gli scienziati «hanno caratterizzato questo retrovirus come il primo lentivirus umano noto, basandosi sulle sue proprietà morfologiche, biochimiche e immunologiche». Una scoperta definita «essenziale per la conoscenza attuale della biologia di questa malattia e per il suo trattamento anti-retrovirale».

L’epidemia di AIDS continua ed è, ancora oggi, una delle malattie sessualmente trasmissibili più diffuse. Sebbene stiano calando le vittime e le infezioni, attualmente si registra un aumento del 50% delle morti tra gli adolescenti; oltre al fatto che circa 8 milioni di malati sono ancora esclusi dalle cure. Fino a ora sono stati investiti più di 8 miliardi di dollari nella ricerca di un vaccino davvero efficace contro il virus dell’HIV; ma un antidoto definitivo ancora non c’è. E forse è proprio per questo che Barré-Sinoussi continua a lavorare, dentro e fuori i laboratori, convinta che un giorno si possa arrivare a sconfiggere del tutto la malattia.Per Barré-Sinoussi, la vittoria del Nobel non è stato solo un punto di arrivo, ma anche il vero punto di partenza del suo attivismo e ha saputo sfruttare la visibilità acquisita per perorare la sua causa, rivolgendosi direttamente alle Istituzioni: fra queste, quelle di natura religiosa, che col loro dogmatismo le sembrano agire senza tenere conto veramente del bene dell’umanità. Nel 2006 la scienziata-attivista rivolge un appello a Papa Benedetto XVI perché la Chiesa riveda le proprie posizioni sull’utilizzo del preservativo. «Le tesi cattoliche sui rapporti sessuali» scrive a Papa Ratzinger «sono ormai desuete e non tengono conto del fatto che un’interpretazione più moderna dei dogmi potrebbe salvare milioni di vite». Tre anni dopo, dal palco della V Conferenza dell’International Aids Society, ribadisce con forza il suo grido d’allarme: «L’Hiv non è in recessione». È questo il suo monito alla comunità internazionale, ai Grandi del G8 e agli altri Governi. «Ridurre ora, per colpa della crisi economica, gli sforzi nella lotta all’Aids sarebbe un disastro. I Governi e i leader saranno i responsabili, se non rispetteranno gli impegni presi».

http://www.stoccolmaaroma.it/2015/francoise-barre-sinoussi-1947/

Legge sugli orfani di femmincidio

Tra qualche settimana verrà discussa in Senato una nuova legge che tutela gli orfani di femminicidio, già approvata all’unanimità alla Camera l’1 marzo 2017. Manca solo quest’ultimo passo, dopodiché i figli delle tante, troppe, donne uccise dal proprio compagno, marito o ex, potranno finalmente vedere riconosciuti i propri diritti di eredi senza doversi sobbarcare battaglie legali onerose, sfibranti e angosciose. Forse ti sembra un tema lontano da te, o ne hai sentito parlare solo in tv da trasmissioni come Chi l’ha visto, ma purtroppo si tratta invece di una realtà molto più diffusa, che potrebbe riguardare anche qualcuno che conosci direttamente. Non stiamo parlando infatti di poche decine di ragazzi, visto che purtroppo in Italia i delitti di genere all’interno delle coppie non accennano a diminuire. Secondo uno studio dell’anno scorso, a febbraio 2016 erano già 1.628. Di questi, 118 avevano perso la mamma nel corso del 2015 (anno in cui si sono registrati 128 casi, una donna uccisa ogni due giorni e mezzo circa), e 10 nei primi 40 giorni del 2016. La nuova normativa, però, non riguarda solo loro, ma tutte le donne perché potrà contribuire a ridurre il rischio di femminicidio in Italia. In che modo? L’abbiamo chiesto direttamente a chi questa legge l’ha scritta: Anna Maria Busia, avvocata attiva in politica (è consigliera della Regione Sardegna), nonché da anni legale di Vanessa Mele, 24 anni, orfana in seguito all’omicidio della madre per mano del padre nel 1998.

 CHI UCCIDE LA PROPRIA DONNA, DI SOLITO SI DIMENTICA DEI FIGLI

«Nello scrivere questa legge ho cercato di risolvere le tante difficoltà affrontate da Vanessa per difendere i suoi più elementari diritti. Difficoltà che via via ho scoperto essere le stesse che incontrano tutti gli orfani e i loro familiari», spiega Anna Maria Busia. Le “vittime secondarie” di femminicidio (è questo il termine usato dagli addetti al lavoro) vivono infatti due volte il dramma che li ha colpiti. Sono ragazzi e ragazze come te, solo che da bambini hanno avuto la sfortuna di crescere in una famiglia condizionata da un uomo violento o, comunque, disturbato, fino al punto da uccidere la propria compagna (o ex). Privati in modo drammatico della madre, questi ragazzi si ritrovano di fatto anche senza l’altro genitore che, anzi, spesso diviene fonte di ulteriori problemi in quanto li ostacola in ogni modo dal punto di vista economico.

ALTRO CHE AMORE CRIMINALE, DIETRO AI FEMMINICIDI SPESSO CI SONO SOLO I SOLDI

«Molti credono che i femminicidi siano delitti passionali, ma è un equivoco», spiega l’avvocata. «Di solito, dietro al gesto omicida non c’è affatto un raptus o una passione malata, ma una mera questione di soldi». E questo lo si vede proprio dall’accanimento con cui gli autori di questi reati, una volta giudicati colpevoli, cercano di ottenere in ogni modo ciò che reputano loro, a spese dei figli. Se dunque pensavi che di fronte all’enormità di quanto commesso, sopravvenga il desiderio di rimediare in qualche modo agli sbagli fatti e la preoccupazione di proteggere chi ne soffre le conseguenze, ti sbagli. «Nessun uxoricida che va in carcere passa un euro ai propri bambini», sottolinea l’avvocata. «È un tratto comune emerso anche dal confronto che ho avuto in questi anni con altri avvocati, psicologi, funzionari di strutture sociali e carceri. Tutti mi hanno confermato questo atteggiamento di totale chiusura da parte dei detenuti. Grazie al lavoro volontario di una notaia, poi, stiamo anche scoprendo l’esistenza di diverse scritture private depositate in vari studi notarili, nelle quali i padri impediscono ai figli di attingere ai propri beni». Si tratta di un aspetto inedito, e quanto mai agghiacciante, finora rimasto in ombra della personalità degli uxoricidi. «È come se questi uomini, una volta letteralmente eliminata la moglie, non volessero più riconoscerla in nulla, inclusi i frutti della relazione con lei. Vogliono annientare qualsiasi cosa e persona che gliela ricordi», osserva la legale.

 ANCORA OGGI UN UXORICIDA PUÒ PRETENDERE LA PENSIONE DELLA PROPRIA VITTIMA

Ti sembra incredibile che una persona possa ereditare la casa della propria vittima? Eppure, ciò che appare evidente al buon senso, non lo è stato finora per la legge. «Vanessa, per esempio, ha dovuto attendere 19 anni per poter entrare in possesso della propria casa di famiglia perché il padre si è opposto in ogni modo avvalendosi del diritto di pretendere il 50% della proprietà. E ha dovuto penare parecchio anche per impedirgli di continuare a ricevere la pensione di reversibilità della madre all’80%, che lui si era premurato di chiedere appena uscito dal carcere, visto che la legge glielo permetteva. «Questi comportamenti purtroppo oggi sono agevolati dal fatto che per interrompere i normali meccanismi della successione è necessaria una sentenza per indegnità a succedere, che non è affatto automatica, ma va richiesta. Così gli orfani sono costretti a intraprendere in modo autonomo azioni legali assai impegnative e che comportano grandi spese di denaro».

LE NUOVE REGOLE RENDERANNO IL FEMMINICIDIO “POCO CONVENIENTE”

Finalmente con la nuova legge questo stato di cose cambierà e i figli saranno tutelati dal punto di vista patrimoniale prima, durante e dopo il processo. Una garanzia che in tanto dolore potrà almeno dare loro un po’ di certezza. «In particolare, la normativa dispone in automatico il blocco della pensione della madre defunta e il sequestro dei beni del padre uxoricida, finché quest’ultimo non ha risarcito il danno, come avviene per le vittime di mafia», spiega l’avvocata. «Queste disposizioni renderanno di fatto il femminicidio molto poco “conveniente” e, di conseguenza, potranno funzionare da formidabile deterrente per tutti quegli uomini disposti a uccidere per i soldi».

E A PAGARE L’AVVOCATO CI PENSERÀ LO STATO

Un’altra novità molto importante della legge è il gratuito patrocinio. «Finora ad accollarsi le costose cause civili per ottenere la pensione di reversibilità o la casa di famiglia sono stati i parenti affidatari dei minori, che però non sempre hanno i mezzi necessari. Con le nuove norme le spese legali saranno pagate dallo Stato, che garantirà il miglior patrocinio possibile», sottolinea Busia.

È LA PRIMA VOLTA CHE LA LEGGE METTE LE VITTIME AL CENTRO DELL’ATTENZIONE

«Il nostro codice penale è vecchio: si concentra sull’autore dei reati e trascura le vittime, che invece meritano di essere sempre al centro dell’attenzione, come avviene con la nostra proposta», spiega la legale, che a marzo ha festeggiato con la sua assistita l’approvazione della legge alla Camera. «È stato un grande risultato, arrivato tra l’altro in tempi relativamente brevi: dieci mesi. Il suo iter è andato veloce anche grazie alla Presidente della Camera Laura Boldrini che ne ha capito subito l’importanza». Ora manca solo il passaggio in Senato dove la sua discussione non è stata ancora calendarizzata. «Ma ormai mi aspetto che sia solo una questione di settimane: lo stesso Presidente Pietro Grasso lo scorso 8 marzo ha ricordato quanto sia essenziale che venga al più presto approvata», osserva Busia.

MA IL RISPETTO DELLE DONNE SI DIFENDE ANCHE CON UN LINGUAGGIO APPROPRIATO

Avere una legge più giusta a tutela degli orfani di femminicidio è un traguardo di civiltà. Si tratta però pur sempre di una misura estrema, che interviene una volta che purtroppo il delitto, l’ennesimo, si è consumato. E intanto, la strage di donne continua. Cosa si può fare ancora per fermarla? «In questi anni mi è capitato spesso di difendere ragazze vittime di aggressioni e stalking. La verità è che spesso ci si trova ad affidarsi alla buona volontà di singoli poliziotti e magistrati. Per una mia assistita, una donna con figli perseguitata dal marito, stiamo aspettando da mesi la misura cautelare, e intanto lei vaga da un appartamento di amici all’altro perché nella sua zona non ci sono case rifugio per donne maltrattate. Purtroppo la politica è carente: i servizi necessari non sono garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale e per intoppi di bilancio succede anche che i soldi per le strutture di accoglienza vengono stanziati, ma non erogati. E poi, manca la vera prevenzione, che si basa su una buona educazione di genere e un’attenzione al linguaggio. Io stessa ho scoperto quanto quest’ultimo sia fondamentale. Il problema del riconoscimento e rispetto dell’altro e, dunque, della parità di genere, è strettamente legato alle parole che scegliamo».

http://www.cosmopolitan.it/lifecoach/interviste/a117029/femminicidio-legge-tutela-orfani-intervista-avvocato/

Margherita Hack

È stata la prima donna italiana a dirigere un osservatorio astronomico, a Trieste. Una mente brillante (fino ai novant’anni inoltrati) ma soprattutto una figura carismatica: Margherita Hack è un personaggio iconico non soltanto per il suo talento scientifico, ma anche per le sue stesse scelte di vita, per il suo essere uno spirito totalmente anticonformista e per il far parte di quella schiera di donne che, grazie al proprio coraggio e alla propria perseveranza, hanno portato il mondo femminile in un settore scientifico come quello della fisica e dell’astronomia.
L’eredità lasciata da Margherita Hack, a più di tre anni dalla sua scomparsa avvenuta il 29 giugno del 2013, non si ferma agli studi e alle scoperte che pur l’hanno consacrata come una delle più grandi scienziate italiane: il suo desiderio di comunicare, negli anni, ci ha consentito di conoscere molteplici aspetti della vita di questa signora toscana. Scrittrice feconda, divulgatrice di spessore, animo sensibile alle problematiche civili della contemporaneità, Margherita Hack ha fatto spesso sentire la propria voce, tutt’altro che trascurabile, a proposito di questioni anche spinose come, ad esempio, nel caso delle battaglie per il riconoscimento delle coppie di fatto. Per ricordare la grande astrofisica, dunque, è quasi doveroso, un piccolo viaggio in quella che fu la sua esistenza la quale, pur restando sempre volta ad osservare le stelle del firmamento, fu ricca di passioni, scelte e impegno.

Bicicletta

Alla sua «vita in bicicletta» Margherita Hack ha dedicato addirittura un libro, in cui racconta lo snodarsi delle proprie vicende personali fin dalla gioventù, tra guerra, amore e studi, mentre tra una pedalata e l’altra assapora la libertà della quale soltanto uno spirito libero può veramente godere. Tutto inizia quando la piccola Margherita ha appena 10 anni ed i suoi genitori possono finalmente permettersi di regalarle una bicicletta, dopo essersi serviti a lungo di quelle prese in prestito da amici di famiglia: da quel momento in poi, le due ruote resteranno fedeli compagne della Hack, accompagnandola nel mondo della scuola, poi dell’università, infine del lavoro, prima che Margherita decida di “appendere la bicicletta al chiodo”.

Vegetariana

A proposito della carne, Margherita Hack spiegava di non averne mai mangiata in vita propria e di non aver mai provato la tentazione di farlo: uno stile di vita sostenuto da una precisa idea sull’argomento e non soltanto da scelte puramente alimentari. Nel suo libro “Perché sono vegetariana” del 2011 l’astrofisica spiega come l’ecatombe quotidiana di milioni di animali sia nient’altro che una barbarie aggravata, oltretutto, almeno nel mondo occidentale, dall’assenza di una vera necessità di sfamarsi. A queste riflessioni si accompagnava, sempre, l’impegno civile della Hack la quale non dimenticava di sottolineare come il consumo di carne fosse alla base di danni cronici all’organismo e all’ambiente.

Gatti e cani

Grande amante del mondo animale e, in particolare, di quelle creature silenziose e discrete che sono i gatti i quali le hanno fatto compagnia durante tutto il corso della sua esistenza: ai felini, Margherita Hack ha riservato un posto speciale nel proprio cuore e nella propria vita, ammirandone l’intelligenza . Ma nel suo libro del 2007 “Il mio zoo sotto le stelle” la scienziata descrive anche l’amicizia con i tanti cani che, al pari dei gatti, ha curato, talvolta raccolto e cresciuto. Creature che hanno condiviso con lei gli spazi dell’esistenza, della casa ma anche dell’osservatorio, regalandole gioie inattese: il filo conduttore nel racconto del proprio rapporto con cani e gatti resta l’amore ed il rispetto per l’ambiente. Un’esaltazione alla natura e alle meraviglie che sa regalarci, anche nel più semplice dei modi.

L’asteroide di Margherita Hack

Forse non tutti sanno che c’è un piccolo oggetto in orbita nei cieli che porta il nome della scienziata italiana: si chiama 8558 Hack e consiste in un corpo celeste appartenente alla fascia principale di asteroidi, collocata orientativamente nello spazio che intercorre tra le orbite di Marte e Giove. Venne osservato per la prima volta il 1° agosto del 1995: i suoi scopritori, Andrea Boattini e Luciano Tesi dell’Osservatorio astronomico di San Marcello Pistoiese, decisero di intitolarlo alla Hack.

«Siamo figli delle stelle»

Per ricordare Margherita Hack non possiamo dimenticare le stelle alle quali la scienziata dedicò ricerche e studi, che le fruttarono onori e riconoscimenti, che furono alla base della sua brillante carriera fin da quando, nel 1945, discusse la sua tesi di laurea sulle Cefeidi. Alle stelle variabili, la cui luminosità muta periodicamente, era infatti dedicato il lavoro che costituì il debutto della sua carriera: curiosamente, questa particolare tipologia di stella era stata già oggetto degli studi di un’altra donna, Henrietta Swan Leavitt, la quale visse a cavallo tra il XIX e il XX secolo e fu, dunque, una pioniera nel rapporto tra le donne e la ricerca scientifica nel mondo dell’astrofisica.

In seguito i suoi studi si concentrarono sulle stelle a emissione B (alcune delle quali sono a loro volta cefeidi), caratterizzate dalla rapida rotazione che le porta ad espellere enormi quantità di materia che forma anelli e dischi intorno alla stella stessa. Le stelle Be, in particolare, emettono grandi quantitativi di idrogeno e, a causa del disco circumstellare che le circonda che ne assorbe la radiazione ultravioletta, si distinguono per l’eccesso di radiazione infrarossa. Zeta Tauri, Eta Boo, Zeta Her, Omega Tau, 55 Cygni: sono i nomi che hanno segnato la carriera di Margherita Hack alle prese con le sue prime pubblicazioni.

Dio e la scienza

Due grandi obiettivi: convincere i giovani a dedicarsi alla ricerca scientifica, facendoli innamorare delle stelle e dei misteri dell’universo; combattere le visioni fideistiche e irrazionali della natura, dalle superstizioni sugli oroscopi alle letture teologiche della creazione. Un tasto sul quale ha battuto spesso. “Chi non accetta la fede, e quindi non accetta la mediazione col mistero della vita da parte di nessuna casta, ritiene che il credere in Dio sia un modo infantile di spiegare tutto ciò a cui la scienza non è in grado di dare risposte”, ha scritto a conclusione di uno dei suoi ultimi libri, Il mio infinito. Si era scagliata soprattutto contro Benedetto XVI: “Recentemente il papa ha accusato gli scienziati di essere avidi e arroganti e di volersi sostituire a Dio”, ricordava. “Questa accusa di arroganza tradisce l’ingenua convinzione che si possano mettere degli argini alla corrente del pensiero indagatore, un mare di tante menti – di diversi Paesi, culture e religioni – che dilaga in ogni ansa dove c’è qualcosa da scoprire. E allora perché non dovremmo indagare sulla vita e cercare di capirne i meccanismi più profondi così come li ha congegnati, se vogliamo, Dio? Dio dovrebbe essere contento che i suoi figli, fatti a sua immagine e conoscenza, si avvicinino sempre di più ai segreti della sua Creazione”.

Queste brevi frasi riassumono tutto il Credo di Margherita Hack: il valore della conoscenza, il desiderio continuo di scoprire il come e il perché delle cose, il rifiuto dei dogmi e delle caste, come le chiamava (forse un ricordo delle caste universitarie contro cui dovette combattere negli anni della gioventù). L’amore per le stelle e per l’universo non ha mai cozzato con il razionalismo ateo di Margherita Hack: l’universo può anche non essere stato creato da un Dio, i cieli possono essere lì per ben altro che “narrare la gloria del Signore”, come recita la Bibbia, però l’enigma infinito che racchiude ci stimola a continuare a indagare, a studiare, a farci domande e cercare risposte. Questa è l’eredità che Margherita Hack ci ha lasciato: bella e luminosa come l’universo.

http://scienze.fanpage.it/cinque-cose-da-sapere-a-proposito-di-margherita-hack/
http://scienze.fanpage.it/l-eredita-di-margherita-hack-una-scienziata-razionalista-innamorata-dell-universo/