Francoise Barré-Sinoussi

Nel 2009 una donna con i capelli corti e brizzolati, gli occhi scuri e un piglio da battagliera sale sul palco della V Conferenza dell’International Aids Society, a Città del Capo (Sudafrica): fra imponenti misure di sicurezza e alla presenza del presidente sudafricano Kgalema Motlanthe, indossa la maglietta rossa, con la scritta «Hiv positive» degli attivisti sudafricani, strappando un lungo applauso e grida d’approvazione dall’affollata platea.

È lei: Françoise Barré-Sinoussi, la scienziata-attivista, come ama definirsi, e a distanza di trentun’anni dalla scoperta che nel 2008 l’ha portata al premio Nobel per la medicina, prosegue ancora oggi instancabilmente la sua lotta a uno dei grandi nemici dell’uomo: l’Hiv, il virus del Ventesimo secolo. Nel febbraio del 1983, è stata la prima, assieme al suo collega e biologo francese Luc Montagnier, a isolare il virus criminale.

Nata a Parigi il 30 luglio del 1947, fin da piccola Barré-Sinoussi dimostra una certa predisposizione per lo studio dei fenomeni naturali: quando è in vacanza, ad esempio, passa ore nel giardino a osservare la fauna, e questa fascinazione per il mondo naturale sarà poi determinante nell’indicarle la strada da intraprendere nel campo degli studi.

Françoise non vuole gravare economicamente sulla sua famiglia, ma desiderando comunque frequentare l’università, decide di studiare Scienze alla Sorbona: è la facoltà più breve e la meno costosa tra quelle scientifiche. Dopo la laurea, per capire se vuole proseguire e diventare una ricercatrice, decide di fare esperienza di laboratorio, ma non è facile: trova molti ostacoli, dovuti alla scarsità di posti e alla difficoltà di accesso ai laboratori.

Una sua conoscenza, allora, le suggerisce di entrare in contatto con il gruppo capeggiato dal biologo francese Jean Claude Chermann, all’Istituto Pasteur di Parigi. Un consiglio fruttuoso: finalmente Barré-Sinoussi trova un Centro altamente qualificato che la possa ospitare come assistente volontaria. Questo è il suo vero punto di partenza. Poco dopo il professor Chermann le offre un dottorato di ricerca, che lei consegue con ottimi risultati.

Agli inizi degli anni Ottanta, Françoise ha quasi quarant’anni e una carriera ben avviata nel campo dell’epidemiologia; proprio in questo periodo iniziano a registrarsi ovunque, Parigi compresa, i primi casi di una strana e allarmante epidemia, non ancora chiamata Aids. È proprio all’istituto Pasteur che Barré-Sinoussi lavora su questo nuovo caso; nel giro di poco tempo raggiunge brillanti risultati con conseguenti pubblicazioni scientifiche. Contestualmente inizia a collaborare con i paesi poveri e ben presto capisce che deve mettersi in viaggio: come ricercatrice fa la sua prima visita a un paese africano nel 1985, a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, in occasione di un workshop della World Health Organization (WHO), dove subisce uno shock per le condizioni in cui vivono gli abitanti di quel paese. Poi si reca in Vietnam e da qui inizia a collaborare anche con i paesi asiatici, instaurando subito un rapporto proficuo e di lunga durata con molti ricercatori di diverse nazionalità.

Nel 2008 all’Istituto Pasteur viene riconosciuto un importantissimo ruolo nello scoprire che l’Aids è causata dal virus dell’Hiv, un virus che, a causa della sua massiccia replicazione e per il danno cellulare che provoca ai linfociti, è così potente da distruggere il sistema immunitario di un individuo. A illustrare questa scoperta è lavoro del professore Luc Montagnier, direttore del gruppo di ricerca, e di Françoise Barré-Sinoussi, sua collaboratrice: per loro, è premio Nobel. «La produzione virale» si ricorda nelle motivazioni del premio «è stata identificata nei linfociti dei pazienti con linfonodi allargati nei primi stadi dell’immunodeficienza acquisita, e nel sangue di pazienti con la malattia in fase avanzata». In particolare, gli scienziati «hanno caratterizzato questo retrovirus come il primo lentivirus umano noto, basandosi sulle sue proprietà morfologiche, biochimiche e immunologiche». Una scoperta definita «essenziale per la conoscenza attuale della biologia di questa malattia e per il suo trattamento anti-retrovirale».

L’epidemia di AIDS continua ed è, ancora oggi, una delle malattie sessualmente trasmissibili più diffuse. Sebbene stiano calando le vittime e le infezioni, attualmente si registra un aumento del 50% delle morti tra gli adolescenti; oltre al fatto che circa 8 milioni di malati sono ancora esclusi dalle cure. Fino a ora sono stati investiti più di 8 miliardi di dollari nella ricerca di un vaccino davvero efficace contro il virus dell’HIV; ma un antidoto definitivo ancora non c’è. E forse è proprio per questo che Barré-Sinoussi continua a lavorare, dentro e fuori i laboratori, convinta che un giorno si possa arrivare a sconfiggere del tutto la malattia.Per Barré-Sinoussi, la vittoria del Nobel non è stato solo un punto di arrivo, ma anche il vero punto di partenza del suo attivismo e ha saputo sfruttare la visibilità acquisita per perorare la sua causa, rivolgendosi direttamente alle Istituzioni: fra queste, quelle di natura religiosa, che col loro dogmatismo le sembrano agire senza tenere conto veramente del bene dell’umanità. Nel 2006 la scienziata-attivista rivolge un appello a Papa Benedetto XVI perché la Chiesa riveda le proprie posizioni sull’utilizzo del preservativo. «Le tesi cattoliche sui rapporti sessuali» scrive a Papa Ratzinger «sono ormai desuete e non tengono conto del fatto che un’interpretazione più moderna dei dogmi potrebbe salvare milioni di vite». Tre anni dopo, dal palco della V Conferenza dell’International Aids Society, ribadisce con forza il suo grido d’allarme: «L’Hiv non è in recessione». È questo il suo monito alla comunità internazionale, ai Grandi del G8 e agli altri Governi. «Ridurre ora, per colpa della crisi economica, gli sforzi nella lotta all’Aids sarebbe un disastro. I Governi e i leader saranno i responsabili, se non rispetteranno gli impegni presi».

http://www.stoccolmaaroma.it/2015/francoise-barre-sinoussi-1947/

Legge sugli orfani di femmincidio

Tra qualche settimana verrà discussa in Senato una nuova legge che tutela gli orfani di femminicidio, già approvata all’unanimità alla Camera l’1 marzo 2017. Manca solo quest’ultimo passo, dopodiché i figli delle tante, troppe, donne uccise dal proprio compagno, marito o ex, potranno finalmente vedere riconosciuti i propri diritti di eredi senza doversi sobbarcare battaglie legali onerose, sfibranti e angosciose. Forse ti sembra un tema lontano da te, o ne hai sentito parlare solo in tv da trasmissioni come Chi l’ha visto, ma purtroppo si tratta invece di una realtà molto più diffusa, che potrebbe riguardare anche qualcuno che conosci direttamente. Non stiamo parlando infatti di poche decine di ragazzi, visto che purtroppo in Italia i delitti di genere all’interno delle coppie non accennano a diminuire. Secondo uno studio dell’anno scorso, a febbraio 2016 erano già 1.628. Di questi, 118 avevano perso la mamma nel corso del 2015 (anno in cui si sono registrati 128 casi, una donna uccisa ogni due giorni e mezzo circa), e 10 nei primi 40 giorni del 2016. La nuova normativa, però, non riguarda solo loro, ma tutte le donne perché potrà contribuire a ridurre il rischio di femminicidio in Italia. In che modo? L’abbiamo chiesto direttamente a chi questa legge l’ha scritta: Anna Maria Busia, avvocata attiva in politica (è consigliera della Regione Sardegna), nonché da anni legale di Vanessa Mele, 24 anni, orfana in seguito all’omicidio della madre per mano del padre nel 1998.

 CHI UCCIDE LA PROPRIA DONNA, DI SOLITO SI DIMENTICA DEI FIGLI

«Nello scrivere questa legge ho cercato di risolvere le tante difficoltà affrontate da Vanessa per difendere i suoi più elementari diritti. Difficoltà che via via ho scoperto essere le stesse che incontrano tutti gli orfani e i loro familiari», spiega Anna Maria Busia. Le “vittime secondarie” di femminicidio (è questo il termine usato dagli addetti al lavoro) vivono infatti due volte il dramma che li ha colpiti. Sono ragazzi e ragazze come te, solo che da bambini hanno avuto la sfortuna di crescere in una famiglia condizionata da un uomo violento o, comunque, disturbato, fino al punto da uccidere la propria compagna (o ex). Privati in modo drammatico della madre, questi ragazzi si ritrovano di fatto anche senza l’altro genitore che, anzi, spesso diviene fonte di ulteriori problemi in quanto li ostacola in ogni modo dal punto di vista economico.

ALTRO CHE AMORE CRIMINALE, DIETRO AI FEMMINICIDI SPESSO CI SONO SOLO I SOLDI

«Molti credono che i femminicidi siano delitti passionali, ma è un equivoco», spiega l’avvocata. «Di solito, dietro al gesto omicida non c’è affatto un raptus o una passione malata, ma una mera questione di soldi». E questo lo si vede proprio dall’accanimento con cui gli autori di questi reati, una volta giudicati colpevoli, cercano di ottenere in ogni modo ciò che reputano loro, a spese dei figli. Se dunque pensavi che di fronte all’enormità di quanto commesso, sopravvenga il desiderio di rimediare in qualche modo agli sbagli fatti e la preoccupazione di proteggere chi ne soffre le conseguenze, ti sbagli. «Nessun uxoricida che va in carcere passa un euro ai propri bambini», sottolinea l’avvocata. «È un tratto comune emerso anche dal confronto che ho avuto in questi anni con altri avvocati, psicologi, funzionari di strutture sociali e carceri. Tutti mi hanno confermato questo atteggiamento di totale chiusura da parte dei detenuti. Grazie al lavoro volontario di una notaia, poi, stiamo anche scoprendo l’esistenza di diverse scritture private depositate in vari studi notarili, nelle quali i padri impediscono ai figli di attingere ai propri beni». Si tratta di un aspetto inedito, e quanto mai agghiacciante, finora rimasto in ombra della personalità degli uxoricidi. «È come se questi uomini, una volta letteralmente eliminata la moglie, non volessero più riconoscerla in nulla, inclusi i frutti della relazione con lei. Vogliono annientare qualsiasi cosa e persona che gliela ricordi», osserva la legale.

 ANCORA OGGI UN UXORICIDA PUÒ PRETENDERE LA PENSIONE DELLA PROPRIA VITTIMA

Ti sembra incredibile che una persona possa ereditare la casa della propria vittima? Eppure, ciò che appare evidente al buon senso, non lo è stato finora per la legge. «Vanessa, per esempio, ha dovuto attendere 19 anni per poter entrare in possesso della propria casa di famiglia perché il padre si è opposto in ogni modo avvalendosi del diritto di pretendere il 50% della proprietà. E ha dovuto penare parecchio anche per impedirgli di continuare a ricevere la pensione di reversibilità della madre all’80%, che lui si era premurato di chiedere appena uscito dal carcere, visto che la legge glielo permetteva. «Questi comportamenti purtroppo oggi sono agevolati dal fatto che per interrompere i normali meccanismi della successione è necessaria una sentenza per indegnità a succedere, che non è affatto automatica, ma va richiesta. Così gli orfani sono costretti a intraprendere in modo autonomo azioni legali assai impegnative e che comportano grandi spese di denaro».

LE NUOVE REGOLE RENDERANNO IL FEMMINICIDIO “POCO CONVENIENTE”

Finalmente con la nuova legge questo stato di cose cambierà e i figli saranno tutelati dal punto di vista patrimoniale prima, durante e dopo il processo. Una garanzia che in tanto dolore potrà almeno dare loro un po’ di certezza. «In particolare, la normativa dispone in automatico il blocco della pensione della madre defunta e il sequestro dei beni del padre uxoricida, finché quest’ultimo non ha risarcito il danno, come avviene per le vittime di mafia», spiega l’avvocata. «Queste disposizioni renderanno di fatto il femminicidio molto poco “conveniente” e, di conseguenza, potranno funzionare da formidabile deterrente per tutti quegli uomini disposti a uccidere per i soldi».

E A PAGARE L’AVVOCATO CI PENSERÀ LO STATO

Un’altra novità molto importante della legge è il gratuito patrocinio. «Finora ad accollarsi le costose cause civili per ottenere la pensione di reversibilità o la casa di famiglia sono stati i parenti affidatari dei minori, che però non sempre hanno i mezzi necessari. Con le nuove norme le spese legali saranno pagate dallo Stato, che garantirà il miglior patrocinio possibile», sottolinea Busia.

È LA PRIMA VOLTA CHE LA LEGGE METTE LE VITTIME AL CENTRO DELL’ATTENZIONE

«Il nostro codice penale è vecchio: si concentra sull’autore dei reati e trascura le vittime, che invece meritano di essere sempre al centro dell’attenzione, come avviene con la nostra proposta», spiega la legale, che a marzo ha festeggiato con la sua assistita l’approvazione della legge alla Camera. «È stato un grande risultato, arrivato tra l’altro in tempi relativamente brevi: dieci mesi. Il suo iter è andato veloce anche grazie alla Presidente della Camera Laura Boldrini che ne ha capito subito l’importanza». Ora manca solo il passaggio in Senato dove la sua discussione non è stata ancora calendarizzata. «Ma ormai mi aspetto che sia solo una questione di settimane: lo stesso Presidente Pietro Grasso lo scorso 8 marzo ha ricordato quanto sia essenziale che venga al più presto approvata», osserva Busia.

MA IL RISPETTO DELLE DONNE SI DIFENDE ANCHE CON UN LINGUAGGIO APPROPRIATO

Avere una legge più giusta a tutela degli orfani di femminicidio è un traguardo di civiltà. Si tratta però pur sempre di una misura estrema, che interviene una volta che purtroppo il delitto, l’ennesimo, si è consumato. E intanto, la strage di donne continua. Cosa si può fare ancora per fermarla? «In questi anni mi è capitato spesso di difendere ragazze vittime di aggressioni e stalking. La verità è che spesso ci si trova ad affidarsi alla buona volontà di singoli poliziotti e magistrati. Per una mia assistita, una donna con figli perseguitata dal marito, stiamo aspettando da mesi la misura cautelare, e intanto lei vaga da un appartamento di amici all’altro perché nella sua zona non ci sono case rifugio per donne maltrattate. Purtroppo la politica è carente: i servizi necessari non sono garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale e per intoppi di bilancio succede anche che i soldi per le strutture di accoglienza vengono stanziati, ma non erogati. E poi, manca la vera prevenzione, che si basa su una buona educazione di genere e un’attenzione al linguaggio. Io stessa ho scoperto quanto quest’ultimo sia fondamentale. Il problema del riconoscimento e rispetto dell’altro e, dunque, della parità di genere, è strettamente legato alle parole che scegliamo».

http://www.cosmopolitan.it/lifecoach/interviste/a117029/femminicidio-legge-tutela-orfani-intervista-avvocato/

Margherita Hack

È stata la prima donna italiana a dirigere un osservatorio astronomico, a Trieste. Una mente brillante (fino ai novant’anni inoltrati) ma soprattutto una figura carismatica: Margherita Hack è un personaggio iconico non soltanto per il suo talento scientifico, ma anche per le sue stesse scelte di vita, per il suo essere uno spirito totalmente anticonformista e per il far parte di quella schiera di donne che, grazie al proprio coraggio e alla propria perseveranza, hanno portato il mondo femminile in un settore scientifico come quello della fisica e dell’astronomia.
L’eredità lasciata da Margherita Hack, a più di tre anni dalla sua scomparsa avvenuta il 29 giugno del 2013, non si ferma agli studi e alle scoperte che pur l’hanno consacrata come una delle più grandi scienziate italiane: il suo desiderio di comunicare, negli anni, ci ha consentito di conoscere molteplici aspetti della vita di questa signora toscana. Scrittrice feconda, divulgatrice di spessore, animo sensibile alle problematiche civili della contemporaneità, Margherita Hack ha fatto spesso sentire la propria voce, tutt’altro che trascurabile, a proposito di questioni anche spinose come, ad esempio, nel caso delle battaglie per il riconoscimento delle coppie di fatto. Per ricordare la grande astrofisica, dunque, è quasi doveroso, un piccolo viaggio in quella che fu la sua esistenza la quale, pur restando sempre volta ad osservare le stelle del firmamento, fu ricca di passioni, scelte e impegno.

Bicicletta

Alla sua «vita in bicicletta» Margherita Hack ha dedicato addirittura un libro, in cui racconta lo snodarsi delle proprie vicende personali fin dalla gioventù, tra guerra, amore e studi, mentre tra una pedalata e l’altra assapora la libertà della quale soltanto uno spirito libero può veramente godere. Tutto inizia quando la piccola Margherita ha appena 10 anni ed i suoi genitori possono finalmente permettersi di regalarle una bicicletta, dopo essersi serviti a lungo di quelle prese in prestito da amici di famiglia: da quel momento in poi, le due ruote resteranno fedeli compagne della Hack, accompagnandola nel mondo della scuola, poi dell’università, infine del lavoro, prima che Margherita decida di “appendere la bicicletta al chiodo”.

Vegetariana

A proposito della carne, Margherita Hack spiegava di non averne mai mangiata in vita propria e di non aver mai provato la tentazione di farlo: uno stile di vita sostenuto da una precisa idea sull’argomento e non soltanto da scelte puramente alimentari. Nel suo libro “Perché sono vegetariana” del 2011 l’astrofisica spiega come l’ecatombe quotidiana di milioni di animali sia nient’altro che una barbarie aggravata, oltretutto, almeno nel mondo occidentale, dall’assenza di una vera necessità di sfamarsi. A queste riflessioni si accompagnava, sempre, l’impegno civile della Hack la quale non dimenticava di sottolineare come il consumo di carne fosse alla base di danni cronici all’organismo e all’ambiente.

Gatti e cani

Grande amante del mondo animale e, in particolare, di quelle creature silenziose e discrete che sono i gatti i quali le hanno fatto compagnia durante tutto il corso della sua esistenza: ai felini, Margherita Hack ha riservato un posto speciale nel proprio cuore e nella propria vita, ammirandone l’intelligenza . Ma nel suo libro del 2007 “Il mio zoo sotto le stelle” la scienziata descrive anche l’amicizia con i tanti cani che, al pari dei gatti, ha curato, talvolta raccolto e cresciuto. Creature che hanno condiviso con lei gli spazi dell’esistenza, della casa ma anche dell’osservatorio, regalandole gioie inattese: il filo conduttore nel racconto del proprio rapporto con cani e gatti resta l’amore ed il rispetto per l’ambiente. Un’esaltazione alla natura e alle meraviglie che sa regalarci, anche nel più semplice dei modi.

L’asteroide di Margherita Hack

Forse non tutti sanno che c’è un piccolo oggetto in orbita nei cieli che porta il nome della scienziata italiana: si chiama 8558 Hack e consiste in un corpo celeste appartenente alla fascia principale di asteroidi, collocata orientativamente nello spazio che intercorre tra le orbite di Marte e Giove. Venne osservato per la prima volta il 1° agosto del 1995: i suoi scopritori, Andrea Boattini e Luciano Tesi dell’Osservatorio astronomico di San Marcello Pistoiese, decisero di intitolarlo alla Hack.

«Siamo figli delle stelle»

Per ricordare Margherita Hack non possiamo dimenticare le stelle alle quali la scienziata dedicò ricerche e studi, che le fruttarono onori e riconoscimenti, che furono alla base della sua brillante carriera fin da quando, nel 1945, discusse la sua tesi di laurea sulle Cefeidi. Alle stelle variabili, la cui luminosità muta periodicamente, era infatti dedicato il lavoro che costituì il debutto della sua carriera: curiosamente, questa particolare tipologia di stella era stata già oggetto degli studi di un’altra donna, Henrietta Swan Leavitt, la quale visse a cavallo tra il XIX e il XX secolo e fu, dunque, una pioniera nel rapporto tra le donne e la ricerca scientifica nel mondo dell’astrofisica.

In seguito i suoi studi si concentrarono sulle stelle a emissione B (alcune delle quali sono a loro volta cefeidi), caratterizzate dalla rapida rotazione che le porta ad espellere enormi quantità di materia che forma anelli e dischi intorno alla stella stessa. Le stelle Be, in particolare, emettono grandi quantitativi di idrogeno e, a causa del disco circumstellare che le circonda che ne assorbe la radiazione ultravioletta, si distinguono per l’eccesso di radiazione infrarossa. Zeta Tauri, Eta Boo, Zeta Her, Omega Tau, 55 Cygni: sono i nomi che hanno segnato la carriera di Margherita Hack alle prese con le sue prime pubblicazioni.

Dio e la scienza

Due grandi obiettivi: convincere i giovani a dedicarsi alla ricerca scientifica, facendoli innamorare delle stelle e dei misteri dell’universo; combattere le visioni fideistiche e irrazionali della natura, dalle superstizioni sugli oroscopi alle letture teologiche della creazione. Un tasto sul quale ha battuto spesso. “Chi non accetta la fede, e quindi non accetta la mediazione col mistero della vita da parte di nessuna casta, ritiene che il credere in Dio sia un modo infantile di spiegare tutto ciò a cui la scienza non è in grado di dare risposte”, ha scritto a conclusione di uno dei suoi ultimi libri, Il mio infinito. Si era scagliata soprattutto contro Benedetto XVI: “Recentemente il papa ha accusato gli scienziati di essere avidi e arroganti e di volersi sostituire a Dio”, ricordava. “Questa accusa di arroganza tradisce l’ingenua convinzione che si possano mettere degli argini alla corrente del pensiero indagatore, un mare di tante menti – di diversi Paesi, culture e religioni – che dilaga in ogni ansa dove c’è qualcosa da scoprire. E allora perché non dovremmo indagare sulla vita e cercare di capirne i meccanismi più profondi così come li ha congegnati, se vogliamo, Dio? Dio dovrebbe essere contento che i suoi figli, fatti a sua immagine e conoscenza, si avvicinino sempre di più ai segreti della sua Creazione”.

Queste brevi frasi riassumono tutto il Credo di Margherita Hack: il valore della conoscenza, il desiderio continuo di scoprire il come e il perché delle cose, il rifiuto dei dogmi e delle caste, come le chiamava (forse un ricordo delle caste universitarie contro cui dovette combattere negli anni della gioventù). L’amore per le stelle e per l’universo non ha mai cozzato con il razionalismo ateo di Margherita Hack: l’universo può anche non essere stato creato da un Dio, i cieli possono essere lì per ben altro che “narrare la gloria del Signore”, come recita la Bibbia, però l’enigma infinito che racchiude ci stimola a continuare a indagare, a studiare, a farci domande e cercare risposte. Questa è l’eredità che Margherita Hack ci ha lasciato: bella e luminosa come l’universo.

http://scienze.fanpage.it/cinque-cose-da-sapere-a-proposito-di-margherita-hack/
http://scienze.fanpage.it/l-eredita-di-margherita-hack-una-scienziata-razionalista-innamorata-dell-universo/

Perchè tanto odio online

In un mondo dove basta una citazione su Facebook per sembrare degli intellettuali, l’autenticità è merce rara. Lorella Zanardo ne dispone: attivista, scrittrice, docente, è facilmente raggiungibile, garbata e tosta. Autrice del documentario “Il corpo delle donne”, da anni ricorre l’Italia cercando di portare nelle classi l’educazione ai media. Un tema che in altri paesi è da tempo inserito nel regolare percorso di studi ma sul quale, in Italia, siamo in spaventoso ritardo. Lo conferma la Zanardo, con cui abbiamo parlato: “i dati CENSIS ci dicono che il 20% dei giovani tiene lo smartphone acceso 24 ore al giorno. Gli altri, una media di 16-18 ore. I ragazzi stanno di fronte alle immagini, non alle parole: gli vogliamo dare un’alfabetizzazione?”

Creazione di gruppi Facebook di uomini che odiano le donne. Cosa ne pensi?

Non ne sono tanto stupita, perché per chi si occupa dei miei temi è un fenomeno molto vecchio. Già quando uscì “Il corpo delle donne” (nel 2009, ndr) ci eravamo accorti che online c’erano degli uomini, dei ragazzi, che costruivano delle gallery di donne della TV. Non di donne per forza bellissime: donne normali, come ad esempio Rita dalla Chiesa. E venivano schedate – sto parlando di migliaia – a seconda della parte del corpo. Ad esempio trovavi “seno”; e comparivano tutti ritagli di seni. Ma non seni nudi, piuttosto un’inquadratura dove si vedeva ad esepio l’inizio del seno; poi c’erano immagini più spinte ma non porno, erano prese anche dalla TV nella fascia diurna. Faceva molta impressione, e spiegava molto bene l’oggettivazione del corpo femminile: eravamo schedate per parti del corpo.

Pornografia soft?

Non era pornografia, era piuttosto inquietante. La cosa brutta – ma interessante come osservatori – è che i commenti alle foto non erano erotici. Di fronte a una parte del corpo di una donna quello che si scatenava era violenza. Il fenomeno c’è quindi da tempo: noi lo dobbiamo anche correlare su cos’è diventata la pornografia negli ultimi anni. Quando avevo vent’anni si vedevano giornaletti o film porno: si mostrava l’atto sessuale che aveva come obiettivo l’eccitazione e il godimento. Adesso i film porno sono violenti, sembra che il massimo della soddisfazione non sia l’orgasmo ma l’annullamento della partner. C’è una grande violenza. Devo dire che da una parte sono schifata; dall’altra non penso che chiudere siti e pagine Facebook sia la soluzione. Credo sia ora di fare un’analisi più profonda: cosa ci stanno dicendo queste migliaia di uomini e giovani uomini? Cosa c’è dietro questa rabbia furibonda nei nostri confronti?

Che risposta ti sei data?

Da una parte c’è un problema macro che non sta affrontando quasi nessuno: continuiamo a parlare dei problemi quotidiani di noi donne, ci concentriamo giustamente su una serie di battaglie – il rispetto della 194, le disparità di stipendio, ecc. Tutto importantissimo. Però dovremmo anche situare l’attuale periodo in uno scenario molto più ampio: siamo le prime generazioni che si stanno autodeterminando. E questo è ancora più forte nel godimento sessuale: ormai è quasi la norma sentire donne che parlano tra di loro delle proprie esperienze sessuali. Questo ha un significato enorme: fino a ieri, sessualmente, una donna non solo non avrebbe mai detto che il marito non la soddisfaceva – ma non sapeva neanche cosa fosse la soddisfazione erotica.

In poche generazioni siamo cambiate.

Un cambiamento epocale: agiamo in modo indipendente nella nostra vita, e quindi facciamo paura. Anche solo il fatto che fra di noi si racconti se si è soddisfatte o no mette a terribile disagio gli uomini e da un certo punto di vista lo comprendo, anche se non lo condivido. Proviamo a pensare come se fossimo uomini: per millenni non ti veniva chiesto nulla. Potevi scegliere tra un parco donne immenso; dicevi “voglio quella” ed il 99% non solo te la prendevi, ma lei ti era grata; se la soddisfacevi a letto o meno, se avevi l’amante o meno, era lo stesso, eri padrone di quell’essere. All’improvviso dall’altra parte c’è una persona che sceglie e ci viene chiesto di essere due: non uno con un’appendice, ma due. È un cambiamento enorme. Io interpreto molta di questa rabbia in un bisogno terribile degli uomini di rimetterci a posto – e da lì tutte le fantasie che ci vedono sottomesse. Guardando quelle gallery online lo vedi che c’è una rabbia a monte, non è l’immagine a suscitarti violenza, ma l’idea del femminile che va rimessa a suo posto.

Che riscontro hai con i ragazzi quando parli di questi temi nelle scuole grazie a “Nuovi occhi per i media”?

Dipende molto se nella scuola questi argomenti sono già stati trattati oppure no. Comunque quello che emerge è che i ragazzi spesso – non si può generalizzare, ma spesso – sono abbastanza fragili. Recentemente si parlava di femminicidio, e portavo ad esempio il testo della canzone “Tre messaggi in segreteria” di Emis Killa e che è la storia di un femminicidio. Lo abbiamo analizzato nelle scuole, lo conoscevano già tutti: quando Emis Killa racconta la dinamica – dove c’è sempre lei che lascia lui e lui non regge di sapere che lei è con un altro – ho notato che i ragazzi lo ammettevano: “divento pazzo se lei mi lascia, sono geloso a bestia”. Non con cattiveria, ma con grande paura di essere abbandonati. Io lo riassocio a questo momento di grandissimo cambiamento per il maschile.

Le ragazze come reagiscono?

C’è un po’ di tutto: ragazze toste che hanno già preso coscienza delle loro vite e poi la maggior che ancora non ha affrontato questi temi. Nelle scuole non si fa educazione sessuale né si educa alla relazione. Ne parliamo noi, ma con e tra i giovanissimi se ne parla poco, stanno un po’ imparando da soli. Le ragazze di fronte a questa paura maschile devono decidere se stare al gioco o lasciare il fidanzato. Mi ricordo una scuola nel sud in cui il preside era preoccupatissimo: quando organizzava le gite mi diceva che le ragazze di 16-17 anni andavano da lui dicendo che non avrebbero partecipato. All’inizio pensava che fosse per via dei genitori, invece era perché il loro ragazzo non voleva. E lui diceva: “capisce Zanardo, stiamo tornando indietro”. E questo me lo diceva un signore: ne eravamo fuori da almeno 40 anni da queste dinamiche…sono tutti effetti del non prendere in mano la situazione.

Progetti futuri?

“Nuovi occhi per i media” ci permette di fare cose stupende però ha bisogno di sponsor, e le scuole non hanno una lira. Abbiamo fatto tanto lavoro gratis ma adesso non possiamo più; alcuni comuni e regioni ci hanno sostenuto, come in Toscana e Trentino – il resto è un po’ a macchia di leopardo. Bisognerebbe che tutto questo fosse affrontato dal MIUR: l’interesse c’è ma poi non si parte ed ormai siamo in ritardo mostruoso. Tutte e tutti dovremmo attivarci per fare in modo che in futuro questa materia diventi obbligatoria: solo in questo modo possiamo rispettare la nostra parte del patto generazionale, garantire che le future generazioni siano ben informate.

http://www.unimondo.org/Notizie/Perche-tanto-odio-online-164347